E dunque anche quest'anno il Salone è arrivato, si è svolto e si è concluso.
Su questo stesso blog, in data 27 Luglio 2016, ho voluto fare il punto di quella che era, allora, la situazione.
Oggi confermo in buona parte quanto scritto allora, tranne ciò che è stato inevitabilmente superato dagli eventi.
Il sorpasso di Milano su Torino non c'è stato, e i motivi sono ormai noti, quindi non starò a ripeterli.
Ma non c'è stato nemmeno l'auspicato rinnovamento del Salone di Torino.
Oh sì, non si applica più la formula del "Paese ospite", che prevedeva ogni anno una diversa nazione straniera invitata a presentare la propria letteratura. Però c'era un grande spazio dedicato alla Romania, scelta facile visti i molti legami che la uniscono all'Italia.
Oh sì, mancavano i mega-stand dei mega-editori, ovvero Mondadori e Adelphi, essenzialmente. Questo ha permesso di creare qualche spazio comune in più, ma la collocazione degli altri è rimasta quasi ovunque la stessa, solita, consueta e conosciuta.
Ma per il resto la formula è stata ripetuta identica, immutata, immota.
Di diverso c'è che si chiude alle 20 e non alle 22. Questo ha senso, in fondo era solo un tirare avanti fino alle dieci di sera, senza una reale utilità o riscontro.
L'organizzazione io l'ho trovata, quest'anno e come sempre, se non perfetta certo molto ben funzionante. I ragazzi e le ragazze, guarda caso tutti giovani e di bella presenza, erano dislocati nei punti informativi, presso le varie sale, a supporto dei vari eventi. Gentili con tutti, decisi quando era il caso, professionali sempre.
All'ingresso si è dovuto, come già l'anno scorso, sottoporsi alla perquisizione da parte delle forze dell'ordine: questo è, purtroppo, un pegno da pagare all'insicurezza dei tempi in cui viviamo.
Rimangono da migliorare certe criticità che il Salone si trascina dietro da anni, e che finora non sono state assolutamente affrontate :
- solo le grandi sale sono completamente insonorizzate, mentre gli altri spazi sono aperti; se nello stand vicino è in corso un evento molto rumoroso, con musica e microfoni ad alto volume, è molto difficile riuscire a sentire le parole dell'incontro che si sta seguendo.
- le sale piccole sono sempre gravemente insufficienti per il pubblico che ospitano.
- i punti di ristoro approfittano biecamente della loro posizione, vendendo a caro prezzo un semplice toast e un po' d'acqua. Inoltre la qualità dei cibi lascia assai a desiderare. Meglio portarsi cibo e acqua da casa.
- personalmente non ho seguito gli eventi del cosiddetto Salone Off, diffusi in giro per la città, né l'ho mai fatto negli anni passati, Ho sempre pensato si tratti di una perdita di tempo e di risorse che potrebbero essere meglio impiegati, l'uno e le altre, nel Salone stesso. In fondo non ha importanza se, per 5 giorni all'anno, la vita culturale in giro per la città si ferma, concentrandosi tutta al Salone: la cosa fondamentale è che sia presente, in maniera diffusa, (quindi anche nelle famose periferie, e non solo nel centro glamour) per gli altri 360 giorni.
Insomma, il "nuovo" Salone del Libro non è affatto nuovo. Tutto o quasi è uguale a prima. Come detto, si nota giusto l'assenza dei grandi e grandissimi Editori, ma in fondo non è una grande perdita.
Nicola La Gioia, scrittore e nuovo Direttore, ha senz'altro compiuto un grande miracolo (pari al sesto scudetto di fila della Juve !) e ha portato fuori il Salone dalle terribili prove e tempeste affrontate nel corso dell'anno passato.
Se però vuole davvero rifondare il Salone, dare un nuovo impulso, ripartire da un nuovo inizio, beh, c'è parecchio (anzi, tutto) da fare, da lavorare, da inventare.
lunedì 22 maggio 2017
venerdì 23 settembre 2016
Brad, Angelina e gli altri VIP
E' di questi giorni la notizia del divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie. Una coppia che non ha bisogno di presentazioni.
Come in tutte le coppie ora inizierà la battaglia legale per i figli, ci saranno accuse reciproche, sospetti di tradimento, richieste economiche.
Un film già visto.
Un film che viene trasmesso in molte case, protagonisti attori del tutto sconosciuti, che non avranno mai un volto, una voce, una richiesta di autografi, uno stipendio miliardario.
Noi, insomma. Le persone normali.
Se non altro il buon vecchio Brad i figli, fra naturali e adottati, li ha avuti tutti con Angelina.
Ma c'è chi i figli li ha da partner diversi : mi viene in mente la nostra Alessia Marcuzzi, due figli di cui uno da Simone Inzaghi e l'altro da Francesco Facchinetti (almeno, così era l'ultima volta che ne ho sentito parlare, poi non so se nel frattempo ne ha avuti altri con nuovi compagni : per informazioni bibliografiche consultare le annate recenti di Novella 2000 e riviste del settore).
Naturalmente questo capita anche nelle famiglie comuni, non famose, non-VIP.
Qui io non voglio difendere la famiglia tradizionale, concetto del resto ormai superato da ben prima dell' "esplosione", per così dire, dei diritti rivendicati dalle persone GLBT (universo, questo, di cui parleremo in un successivo post).
Voglio invece parlare del comportamento dei VIP, siano essi attori, cantanti, calciatori o altro, e del fatto che le persone normali si identifichino in loro, elevandoli a modelli.
Io credo, forse ingenuamente, che quando una persona diventa famosa debba rendersi conto (possibilmente in modo autonomo, ma va bene anche se a dirglielo è qualcuno dell'entourage) che da quel momento in avanti diventerà, per le persone comuni, un modello da ammirare e imitare.
Credo che il novello VIP debba sempre tenere ben presente da dove viene, non dimenticarsi le sue origini, le sue radici. Ricordare che, al di fuori delle belle case, delle auto sportive, degli alberghi a sei stelle, delle barche, delle feste esclusive, c'è il mondo vero da cui lui/lei proviene.
Spesso i VIP si impegnano in cause umanitarie - vedi la stessa Angelina Jolie che è ambasciatrice dell'ONU, o Shakira che ha istituito la fondazione Pies Descalzos per aiutare i bambini poveri del Sudamerica - mettono il loro nome e il loro volto in campagne dai buoni propositi, fanno donazioni e così via :
non metto in dubbio che, in qualche caso, il loro sia un interesse sincero, dettato da veri sentimenti ;
ma in quanti altri casi questo impegno è loro imposto da esperti di marketing, che ben sanno quanto una foto vicino al bambino africano o all'animale maltrattato rappresenti un'impennata di popolarità, e quindi di soldi, di contratti, di affari (i quali si riverberano a catena dal VIP a tutti coloro che ne organizzano la vita, costruiscono il suo personaggio, la sua carriera, il suo successo) ?
In Italia abbiamo, ormai da anni, l'accoppiata calciatori/veline. Lui guadagna in popolarità portandosi a letto, ed eventualmente sposando, una bella ragazza. Lei, spentesi le luci della ribalta, conserva un po' di quel luccichio facendosi vedere accanto a lui (è un fatto che molte tra le ultime veline passate sul bancone di Striscia La Notizia sarebbero state immediatamente dimenticate se non avessero sposato/frequentato calciatori).
In America un/una giovane cantante o attore/attrice, appena raggiunge il successo, giura che mai lascerà il partner storico, il fidanzato/a di sempre, che non si farà cambiare dalla stratosferica fama raggiunta...salvo poi iniziare a frequentare colleghi e colleghe del nuovo mondo dorato e, combinazione, lasciare il vecchio partner non glamour per dare il via a una girandola di amori e amorazzi con altri VIP, non necessariamente dello stesso settore lavorativo (vedi ad esempio la coppia, ormai anch'essa scoppiata, tra Gwineth Paltrow e Chris Martin, attrice lei e cantante lui) ma sempre obbligatoriamente famosi.
E se ogni tanto la popolarità sembra appannarsi basta annunciare di aver avuto una relazione con un partner dello stesso stesso (che sia vero o no poco importa), o anche solo limitarsi a dire "Mi piacerebbe averla", che subito gli indici risalgono di nuovo. Naturalmente anche questa è, quasi sempre, una mossa pianificata dagli esperti di marketing.
In Italia i calciatori, ovvero i VIP più VIP di tutti i VIP, sono nella stragrande maggioranza dei casi degli ignoranti cosmici. Inevitabile, dal momento che si sono dedicati fin da giovani alla carriera sportiva. Però è veramente squallido sentirli parlare nelle interviste, vederli in difficoltà nel mettere due parole in fila, ripetere come un mantra "Abbiamo fatto bene". Di solito si rendono conto che carriera, fama e guadagni dureranno poco, ma non sanno pianificare il proprio futuro, né hanno gli strumenti per farlo. Così una volta appese le scarpette al chiodo spesso perdono molti soldi in investimenti sbagliati e vivacchiano come commentatori televisivi o con ruoli dirigenziali nell'ultima società per la quale hanno giocato (perché naturalmente ne hanno cambiate molte, troppe : i giocatori-bandiera non esistono più, l'ultimo è Totti) : lavori che sanno tanto di elemosina, di pietà, di concessione, anche se magari con uno stipendio di tutto rispetto.
In America, considerando sia i cantanti sia gli attori, ci sono molti VIP che, invece, una testa ce l'hanno e la sanno usare. Tra i primi possiamo citare : Beyoncé, una vera macchina da guerra ; Lady Gaga, che ha ben imparato la lezione di Madonna, di cui è la vera erede ; e la stessa Madonna, la cui stella si è offuscata semplicemente per raggiunti limiti di età ma che rimane l'esempio a cui tutte le nuove generazioni guardano con rispetto.
Naturalmente c'è anche chi, diventato ricco e famoso troppo giovane e troppo in fretta, si è bruciato. Il caso più celebre è Britney Spears, nota ormai più per le vicende giudiziarie e per le intemperanze fisiche che non per le canzoni, per altro già non memorabili.
E molti, dopo la breve stagione del successo, finiscono a cantare nei casinò di Las Vegas, ultima fermata prima dell'oblio.
Quanto agli attori, non si può non citare Sharon Stone, nota ai più per la celebre scena di Basic Instict e che invece fa parte del MENSA, l'associazione internazionale di persone con un Quoziente Intellettivo superiore alla media.
Insomma, i VIP, nostrani e internazionali, sono in fondo come noi. Alcuni più brillanti, altri nella media, altri decisamente poco intelligenti. Alcuni seri e posati, altri eccessivi. Alcuni felici all'interno del matrimonio, altri fedifraghi.
In più di noi hanno solo i soldi, che però a ben vedere si meritano tutti :
ad accomunare attori, calciatori e cantanti (ma anche scrittori, registi, stilisti) infatti è il talento, che è un dono innato, e quindi non invidiabile. O ce l'hai o non ce l'hai.
Il talento va coltivato, sviluppato, indirizzato. Tutti hanno lavorato duro per arrivare dove sono. Può darsi il caso del colpo di fortuna, del produttore cinematografico che vede una cameriera e decide di farne un'attrice, ma personalmente ritengo che sia soprattutto un mito.
Fanno forse eccezione i volti televisivi (italiani almeno, non so come sia in altri Paesi) : lì sì che per sfondare ci vuole fortuna, ci vogliono compromessi, ci vogliono accordi sottobanco. Parlo naturalmente di conduttori e soubrette varie, non dei giornalisti, i quali svolgono un mestiere che per la sua particolare natura prevede di mostrare il loro viso : ma per un mezzobusto del TG, uomo o donna che sia, ci sono migliaia di colleghi della carta stampata noti, se va bene, per il nome ma altrimenti invisibili.
Voler imitare i VIP dovrebbe significare mettersi d'impegno come hanno fatto loro, non scimmiottarli con pettinature, tatuaggi, vestiti.
Dovrebbe significare osservarli per capire i loro errori, che sono gli stessi nostri, non sognare il loro stile di vita.
Dovrebbe significare imitare i loro comportamenti virtuosi e condannare quelli sbagliati, che di nuovo sono gli stessi nostri, non avere il loro poster in camera.
E i VIP dovrebbero rendersi conto che, rappresentando un modello per molti, devono necessariamente porre maggiore attenzione ai propri comportamenti, alle proprie parole, alle proprie reazioni.
E' il prezzo della fama.
Ed è giusto pagarlo : se hai ricevuto tutto non puoi non dare indietro niente.
Come in tutte le coppie ora inizierà la battaglia legale per i figli, ci saranno accuse reciproche, sospetti di tradimento, richieste economiche.
Un film già visto.
Un film che viene trasmesso in molte case, protagonisti attori del tutto sconosciuti, che non avranno mai un volto, una voce, una richiesta di autografi, uno stipendio miliardario.
Noi, insomma. Le persone normali.
Se non altro il buon vecchio Brad i figli, fra naturali e adottati, li ha avuti tutti con Angelina.
Ma c'è chi i figli li ha da partner diversi : mi viene in mente la nostra Alessia Marcuzzi, due figli di cui uno da Simone Inzaghi e l'altro da Francesco Facchinetti (almeno, così era l'ultima volta che ne ho sentito parlare, poi non so se nel frattempo ne ha avuti altri con nuovi compagni : per informazioni bibliografiche consultare le annate recenti di Novella 2000 e riviste del settore).
Naturalmente questo capita anche nelle famiglie comuni, non famose, non-VIP.
Qui io non voglio difendere la famiglia tradizionale, concetto del resto ormai superato da ben prima dell' "esplosione", per così dire, dei diritti rivendicati dalle persone GLBT (universo, questo, di cui parleremo in un successivo post).
Voglio invece parlare del comportamento dei VIP, siano essi attori, cantanti, calciatori o altro, e del fatto che le persone normali si identifichino in loro, elevandoli a modelli.
Io credo, forse ingenuamente, che quando una persona diventa famosa debba rendersi conto (possibilmente in modo autonomo, ma va bene anche se a dirglielo è qualcuno dell'entourage) che da quel momento in avanti diventerà, per le persone comuni, un modello da ammirare e imitare.
Credo che il novello VIP debba sempre tenere ben presente da dove viene, non dimenticarsi le sue origini, le sue radici. Ricordare che, al di fuori delle belle case, delle auto sportive, degli alberghi a sei stelle, delle barche, delle feste esclusive, c'è il mondo vero da cui lui/lei proviene.
Spesso i VIP si impegnano in cause umanitarie - vedi la stessa Angelina Jolie che è ambasciatrice dell'ONU, o Shakira che ha istituito la fondazione Pies Descalzos per aiutare i bambini poveri del Sudamerica - mettono il loro nome e il loro volto in campagne dai buoni propositi, fanno donazioni e così via :
non metto in dubbio che, in qualche caso, il loro sia un interesse sincero, dettato da veri sentimenti ;
ma in quanti altri casi questo impegno è loro imposto da esperti di marketing, che ben sanno quanto una foto vicino al bambino africano o all'animale maltrattato rappresenti un'impennata di popolarità, e quindi di soldi, di contratti, di affari (i quali si riverberano a catena dal VIP a tutti coloro che ne organizzano la vita, costruiscono il suo personaggio, la sua carriera, il suo successo) ?
In Italia abbiamo, ormai da anni, l'accoppiata calciatori/veline. Lui guadagna in popolarità portandosi a letto, ed eventualmente sposando, una bella ragazza. Lei, spentesi le luci della ribalta, conserva un po' di quel luccichio facendosi vedere accanto a lui (è un fatto che molte tra le ultime veline passate sul bancone di Striscia La Notizia sarebbero state immediatamente dimenticate se non avessero sposato/frequentato calciatori).
In America un/una giovane cantante o attore/attrice, appena raggiunge il successo, giura che mai lascerà il partner storico, il fidanzato/a di sempre, che non si farà cambiare dalla stratosferica fama raggiunta...salvo poi iniziare a frequentare colleghi e colleghe del nuovo mondo dorato e, combinazione, lasciare il vecchio partner non glamour per dare il via a una girandola di amori e amorazzi con altri VIP, non necessariamente dello stesso settore lavorativo (vedi ad esempio la coppia, ormai anch'essa scoppiata, tra Gwineth Paltrow e Chris Martin, attrice lei e cantante lui) ma sempre obbligatoriamente famosi.
E se ogni tanto la popolarità sembra appannarsi basta annunciare di aver avuto una relazione con un partner dello stesso stesso (che sia vero o no poco importa), o anche solo limitarsi a dire "Mi piacerebbe averla", che subito gli indici risalgono di nuovo. Naturalmente anche questa è, quasi sempre, una mossa pianificata dagli esperti di marketing.
In Italia i calciatori, ovvero i VIP più VIP di tutti i VIP, sono nella stragrande maggioranza dei casi degli ignoranti cosmici. Inevitabile, dal momento che si sono dedicati fin da giovani alla carriera sportiva. Però è veramente squallido sentirli parlare nelle interviste, vederli in difficoltà nel mettere due parole in fila, ripetere come un mantra "Abbiamo fatto bene". Di solito si rendono conto che carriera, fama e guadagni dureranno poco, ma non sanno pianificare il proprio futuro, né hanno gli strumenti per farlo. Così una volta appese le scarpette al chiodo spesso perdono molti soldi in investimenti sbagliati e vivacchiano come commentatori televisivi o con ruoli dirigenziali nell'ultima società per la quale hanno giocato (perché naturalmente ne hanno cambiate molte, troppe : i giocatori-bandiera non esistono più, l'ultimo è Totti) : lavori che sanno tanto di elemosina, di pietà, di concessione, anche se magari con uno stipendio di tutto rispetto.
In America, considerando sia i cantanti sia gli attori, ci sono molti VIP che, invece, una testa ce l'hanno e la sanno usare. Tra i primi possiamo citare : Beyoncé, una vera macchina da guerra ; Lady Gaga, che ha ben imparato la lezione di Madonna, di cui è la vera erede ; e la stessa Madonna, la cui stella si è offuscata semplicemente per raggiunti limiti di età ma che rimane l'esempio a cui tutte le nuove generazioni guardano con rispetto.
Naturalmente c'è anche chi, diventato ricco e famoso troppo giovane e troppo in fretta, si è bruciato. Il caso più celebre è Britney Spears, nota ormai più per le vicende giudiziarie e per le intemperanze fisiche che non per le canzoni, per altro già non memorabili.
E molti, dopo la breve stagione del successo, finiscono a cantare nei casinò di Las Vegas, ultima fermata prima dell'oblio.
Quanto agli attori, non si può non citare Sharon Stone, nota ai più per la celebre scena di Basic Instict e che invece fa parte del MENSA, l'associazione internazionale di persone con un Quoziente Intellettivo superiore alla media.
Insomma, i VIP, nostrani e internazionali, sono in fondo come noi. Alcuni più brillanti, altri nella media, altri decisamente poco intelligenti. Alcuni seri e posati, altri eccessivi. Alcuni felici all'interno del matrimonio, altri fedifraghi.
In più di noi hanno solo i soldi, che però a ben vedere si meritano tutti :
ad accomunare attori, calciatori e cantanti (ma anche scrittori, registi, stilisti) infatti è il talento, che è un dono innato, e quindi non invidiabile. O ce l'hai o non ce l'hai.
Il talento va coltivato, sviluppato, indirizzato. Tutti hanno lavorato duro per arrivare dove sono. Può darsi il caso del colpo di fortuna, del produttore cinematografico che vede una cameriera e decide di farne un'attrice, ma personalmente ritengo che sia soprattutto un mito.
Fanno forse eccezione i volti televisivi (italiani almeno, non so come sia in altri Paesi) : lì sì che per sfondare ci vuole fortuna, ci vogliono compromessi, ci vogliono accordi sottobanco. Parlo naturalmente di conduttori e soubrette varie, non dei giornalisti, i quali svolgono un mestiere che per la sua particolare natura prevede di mostrare il loro viso : ma per un mezzobusto del TG, uomo o donna che sia, ci sono migliaia di colleghi della carta stampata noti, se va bene, per il nome ma altrimenti invisibili.
Voler imitare i VIP dovrebbe significare mettersi d'impegno come hanno fatto loro, non scimmiottarli con pettinature, tatuaggi, vestiti.
Dovrebbe significare osservarli per capire i loro errori, che sono gli stessi nostri, non sognare il loro stile di vita.
Dovrebbe significare imitare i loro comportamenti virtuosi e condannare quelli sbagliati, che di nuovo sono gli stessi nostri, non avere il loro poster in camera.
E i VIP dovrebbero rendersi conto che, rappresentando un modello per molti, devono necessariamente porre maggiore attenzione ai propri comportamenti, alle proprie parole, alle proprie reazioni.
E' il prezzo della fama.
Ed è giusto pagarlo : se hai ricevuto tutto non puoi non dare indietro niente.
martedì 20 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte terza
Abbiamo chiuso la seconda parte domandandoci se gli esseri umani si siano evoluti rispetto ai tempi preistorici o se, fatti salvi i cambiamenti tecnologici e sociali, siamo in fondo sempre gli stessi.
Di sicuro abbiamo sviluppato il LINGUAGGIO. Ma non siamo stati i soli, come vedremo tra poco.
Infatti che cos'è il linguaggio ? Un insieme di suoni, variamente combinati, che servono a vari scopi :
sottolineare le emozioni
esprimere i concetti
indicare con precisione gli oggetti
comunicare con gli altri appartenenti al gruppo
Nessuno di questi usi del linguaggio è esclusivo o tipico degli esseri umani. Né lo è il linguaggio stesso : ogni specie animale ne ha uno, dal "canto" delle balene ai latrati dei cani, dalle strida degli uccelli agli schiocchi dei delfini.
Esistono anche linguaggi non basati sull'emissione di suoni. Le formiche ad esempio comunicano attraverso uno scambio di informazioni chimiche. Le api comunicano con il movimento (la "danza" di un'ape serve per indicare alle compagne dove si trova una fonte di cibo, la distanza e la direzione rispetto al favo).
Non dobbiamo dunque pensare che solo per il fatto di parlare, di produrre suoni articolati, siamo superiori agli altri animali. Quello umano è solo uno dei possibili linguaggi. Se non siamo in grado di capire i linguaggi delle altre specie, questo non vuol dire che non esistano.
Bisogna dunque abbandonare la prospettiva antropocentrica che ci accompagna ormai da svariati millenni.
L'uomo non è la creatura perfetta, né l'ultimo e definitivo anello dell'evoluzione.
Non siamo i padroni del mondo, al contrario : la Natura ci dimostra spesso e volentieri come, nonostante tutta la nostra tecnologia e la nostra (supposta) intelligenza, siamo sempre in balia delle sue decisioni e dei suoi cambi d'umore.
In cosa allora ci siamo evoluti rispetto ai tempi preistorici ?
L'aumento delle dimensioni del cervello, e quindi l'accrescimento dell'intelligenza, ci distingue dai nostri lontani progenitori.
Ma chi ci dice che anche altri animali non possano percorrere il nostro stesso cammino ?
(se ne avranno il tempo, naturalmente, e non si estingueranno prima : estinzione che sarà, o sarebbe, causata proprio da noi)
Gli animali, lo abbiamo visto, devono risolvere pochi e fondamentali bisogni :
procurarsi il cibo - sopravvivere ai predatori - accoppiarsi e riprodursi
E noi non facciamo forse lo stesso ? Abbiamo inventato la cultura e la società per ricoprire con una patina di (finta) ragione e di (finta) morale queste basilari necessità biologiche.
Abbiamo inventato l'amore per sopportare la fatica fisica di cercarci un partner, corteggiarlo, allontanare i rivali e infine consumare il rapporto sessuale.
Infine abbiamo inventato la religione, perché ci sembrava impossibile che la vita, la nostra vita, che crediamo preziosa, impareggiabile, magnifica, fosse solo un susseguirsi di atti dettati dall'istinto.
Ecco dunque qual è il nostro posto nel mondo. Siamo animali tra gli animali, e come gli altri siamo guidati dall'istinto e sottoposti alle decisioni della Natura.
Una banalità, certo. Ma proprio perché è tale, perché la riteniamo ovvia, non ci pensiamo più, la liquidiamo con una scrollata di spalle.
Crediamo di aver imbrigliato le forze della Natura, di poterle usare per i nostri scopi (civili o bellici che siano), di essere al di sopra delle sue leggi, della sua volontà, dei suoi mutamenti.
Non è così.
Si può discutere se la NOSTRA ESTINZIONE avverrà per mano della Natura o se saremo noi stessi a porre fine alla nostra esistenza come specie.
Ma di una cosa possiamo essere certi : anche per noi, come per gli esseri viventi che ci hanno preceduto e che parevano dominare la Terra, un giorno arriverà la parola...
FINE.
Di sicuro abbiamo sviluppato il LINGUAGGIO. Ma non siamo stati i soli, come vedremo tra poco.
Infatti che cos'è il linguaggio ? Un insieme di suoni, variamente combinati, che servono a vari scopi :
sottolineare le emozioni
esprimere i concetti
indicare con precisione gli oggetti
comunicare con gli altri appartenenti al gruppo
Nessuno di questi usi del linguaggio è esclusivo o tipico degli esseri umani. Né lo è il linguaggio stesso : ogni specie animale ne ha uno, dal "canto" delle balene ai latrati dei cani, dalle strida degli uccelli agli schiocchi dei delfini.
Esistono anche linguaggi non basati sull'emissione di suoni. Le formiche ad esempio comunicano attraverso uno scambio di informazioni chimiche. Le api comunicano con il movimento (la "danza" di un'ape serve per indicare alle compagne dove si trova una fonte di cibo, la distanza e la direzione rispetto al favo).
Non dobbiamo dunque pensare che solo per il fatto di parlare, di produrre suoni articolati, siamo superiori agli altri animali. Quello umano è solo uno dei possibili linguaggi. Se non siamo in grado di capire i linguaggi delle altre specie, questo non vuol dire che non esistano.
Bisogna dunque abbandonare la prospettiva antropocentrica che ci accompagna ormai da svariati millenni.
L'uomo non è la creatura perfetta, né l'ultimo e definitivo anello dell'evoluzione.
Non siamo i padroni del mondo, al contrario : la Natura ci dimostra spesso e volentieri come, nonostante tutta la nostra tecnologia e la nostra (supposta) intelligenza, siamo sempre in balia delle sue decisioni e dei suoi cambi d'umore.
In cosa allora ci siamo evoluti rispetto ai tempi preistorici ?
L'aumento delle dimensioni del cervello, e quindi l'accrescimento dell'intelligenza, ci distingue dai nostri lontani progenitori.
Ma chi ci dice che anche altri animali non possano percorrere il nostro stesso cammino ?
(se ne avranno il tempo, naturalmente, e non si estingueranno prima : estinzione che sarà, o sarebbe, causata proprio da noi)
Gli animali, lo abbiamo visto, devono risolvere pochi e fondamentali bisogni :
procurarsi il cibo - sopravvivere ai predatori - accoppiarsi e riprodursi
E noi non facciamo forse lo stesso ? Abbiamo inventato la cultura e la società per ricoprire con una patina di (finta) ragione e di (finta) morale queste basilari necessità biologiche.
Abbiamo inventato l'amore per sopportare la fatica fisica di cercarci un partner, corteggiarlo, allontanare i rivali e infine consumare il rapporto sessuale.
Infine abbiamo inventato la religione, perché ci sembrava impossibile che la vita, la nostra vita, che crediamo preziosa, impareggiabile, magnifica, fosse solo un susseguirsi di atti dettati dall'istinto.
Ecco dunque qual è il nostro posto nel mondo. Siamo animali tra gli animali, e come gli altri siamo guidati dall'istinto e sottoposti alle decisioni della Natura.
Una banalità, certo. Ma proprio perché è tale, perché la riteniamo ovvia, non ci pensiamo più, la liquidiamo con una scrollata di spalle.
Crediamo di aver imbrigliato le forze della Natura, di poterle usare per i nostri scopi (civili o bellici che siano), di essere al di sopra delle sue leggi, della sua volontà, dei suoi mutamenti.
Non è così.
Si può discutere se la NOSTRA ESTINZIONE avverrà per mano della Natura o se saremo noi stessi a porre fine alla nostra esistenza come specie.
Ma di una cosa possiamo essere certi : anche per noi, come per gli esseri viventi che ci hanno preceduto e che parevano dominare la Terra, un giorno arriverà la parola...
FINE.
venerdì 16 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte seconda
Abbiamo concluso la prima parte con una domanda :
qual è la caratteristica che ci rende diversi dagli altri animali ? (attenzione, ho detto diversi, NON "superiori")
Lo sviluppo di un pollice opponibile negli arti anteriori, ormai affrancati dal compito di sostenere il corpo, può essere una parziale risposta.
Va detto che non siamo stati i primi organismi a possederlo : i più recenti studi sui dinosauri, che hanno completamente trasformato l'idea che gli studiosi in primis, e poi il grande pubblico, avevano dei rettili preistorici fino a pochi anni fa, hanno riscontrato la presenza di questa caratteristica biologica in alcune specie, già note tra l'altro per essere significativamente più intelligenti rispetto alle altre (sebbene l'idea dei dinosauri come lucertoloni stupidi e lenti sia del tutto falsa e dimostrata come tale già da tempo).
Ma fu una specie di Primati a sfruttare questa caratteristica per un uso nuovo.
L' Australopithecus è ancora oggi considerato il più antico antenato degli esseri umani moderni. L'albero genealogico della nostra specie si è ampliato, arricchito e complicato molto rispetto ai pochi nomi che troviamo su ogni libro di scuola, ma in linea generale la successione classica può essere considerata ancora valida.
Siamo, è bene ricordarlo, nel cuore dell'Africa. La paleoantropologia ritiene probabile che l' Australopithecus usasse pietre e bastoni per difendersi dai predatori, o anche per spaventarli e costringerli ad abbandonare le prede appena uccise. A quell'epoca i nostri antenati non erano ancora in grado di cacciare in proprio, e quindi dovevano accontentarsi degli avanzi degli altri. Quindi, nelle prime fasi della nostra esistenza, siamo stati animali spazzini, mangiatori di carogne né più né meno che gli avvoltoi, gli sciacalli e le iene (animali che ancora oggi ci fanno ribrezzo, al punto che le parole stesse che li definiscono hanno assunto, nel linguaggio, una connotazione dispregiativa : forse, in qualche modo, ci ricordiamo di quei tempi...).
Fin qui, comunque, non c'è ancora nulla che ci distingua in modo netto dagli altri animali. Molte altre specie usano oggetti particolari, come pietre o bastoni di varia grandezza, per procurarsi il cibo.
Citiamo tre casi divenuti molto famosi anche al di fuori della cerchia scientifica :
una specie di fringuello delle Isole Galapagos, scoperto e studiato nientemeno che da Darwin, raggiunge gli insetti di cui si nutre, nascosti nelle cavità degli alberi, infilzandoli con una spina che tiene col becco.
gli scimpanzé, quando vogliono nutrirsi di térmiti, prendono un bastoncino lungo e sottile, lo introducono nei termitai, poi lo estraggono e mangiano le térmiti rimaste attaccate. E varie altre specie di scimmie sono state osservate mentre usano pietre per rompere i gusci duri di frutti.
alcune specie di lontra usano delle pietre per rompere i gusci delle ostriche.
Fin qui, dunque, siamo in presenza di oggetti - pietre, bastoni, spine - che si trovano disponibili in natura. I processi cognitivi che permettono di immaginarne l'uso sono tipici, è vero, solo di alcune specie animali, ma non vi è ancora una differenza marcata.
Poi, sulla scena del mondo, comparve una nuova specie di Primate : l' Homo abilis.
Siamo sempre in Africa, e da lì non ci muoveremo ancora per parecchi milioni di anni. Questo nostro progenitore, il primo appartenente al nuovo genere "Homo", è chiamato abilis perché ha imparato a fare una cosa straordinaria, nuova, sconvolgente.
Se trova una pietra, non la usa così com'è, ma la trasforma. Battendola contro un'altra, la fa diventare appuntita, capace di tagliare, oltre che più comoda da essere tenuta in mano.
E' il primo caso di modifica dell'ambiente da parte di una specie animale.
Da qui, in appena un battito di ciglia (se rapportato ai tempi geologici del pianeta) arriviamo ai razzi per andare sulla Luna, alle bombe atomiche, ai computer.
Tutto è iniziato qui.
Ecco cosa ci rende davvero diversi (di nuovo, diversi, NON superiori) agli altri animali.
Gli animali, per sopravvivere, si adattano all'ambiente.
Gli esseri umani, per sopravvivere, adattano l'ambiente alle proprie necessità.
E' da qui che nasce la concezione, imperante ancora oggi, di una Natura che deve essere asservita, piegata, sottomessa ai voleri dell'essere umano, signore e padrone dell'intero pianeta.
La stessa concezione che ci fa costruire case vicino ai fiumi, non curandosi del fatto che possono straripare ("straripare" è parola migliore di "esondare", come ben disse Guccini).
La stessa concezione che ci fa parlare di "tragedie", come se alla Natura importasse dove abitiamo, cosa facciamo, come viviamo.
La stessa concezione che ci porta a lamentarci d'inverno perché fa freddo e d'estate perché fa caldo.
Gli esseri umani hanno cambiato il volto del pianeta Terra. E tutto è partito da quella pietra resa più aguzza.
Ma, da allora, cosa sono diventati gli uomini ? Sono cambiati, si sono evoluti o sono, in fondo, sempre gli stessi ?
Lo scopriremo nella prossima puntata !
qual è la caratteristica che ci rende diversi dagli altri animali ? (attenzione, ho detto diversi, NON "superiori")
Lo sviluppo di un pollice opponibile negli arti anteriori, ormai affrancati dal compito di sostenere il corpo, può essere una parziale risposta.
Va detto che non siamo stati i primi organismi a possederlo : i più recenti studi sui dinosauri, che hanno completamente trasformato l'idea che gli studiosi in primis, e poi il grande pubblico, avevano dei rettili preistorici fino a pochi anni fa, hanno riscontrato la presenza di questa caratteristica biologica in alcune specie, già note tra l'altro per essere significativamente più intelligenti rispetto alle altre (sebbene l'idea dei dinosauri come lucertoloni stupidi e lenti sia del tutto falsa e dimostrata come tale già da tempo).
Ma fu una specie di Primati a sfruttare questa caratteristica per un uso nuovo.
L' Australopithecus è ancora oggi considerato il più antico antenato degli esseri umani moderni. L'albero genealogico della nostra specie si è ampliato, arricchito e complicato molto rispetto ai pochi nomi che troviamo su ogni libro di scuola, ma in linea generale la successione classica può essere considerata ancora valida.
Siamo, è bene ricordarlo, nel cuore dell'Africa. La paleoantropologia ritiene probabile che l' Australopithecus usasse pietre e bastoni per difendersi dai predatori, o anche per spaventarli e costringerli ad abbandonare le prede appena uccise. A quell'epoca i nostri antenati non erano ancora in grado di cacciare in proprio, e quindi dovevano accontentarsi degli avanzi degli altri. Quindi, nelle prime fasi della nostra esistenza, siamo stati animali spazzini, mangiatori di carogne né più né meno che gli avvoltoi, gli sciacalli e le iene (animali che ancora oggi ci fanno ribrezzo, al punto che le parole stesse che li definiscono hanno assunto, nel linguaggio, una connotazione dispregiativa : forse, in qualche modo, ci ricordiamo di quei tempi...).
Fin qui, comunque, non c'è ancora nulla che ci distingua in modo netto dagli altri animali. Molte altre specie usano oggetti particolari, come pietre o bastoni di varia grandezza, per procurarsi il cibo.
Citiamo tre casi divenuti molto famosi anche al di fuori della cerchia scientifica :
una specie di fringuello delle Isole Galapagos, scoperto e studiato nientemeno che da Darwin, raggiunge gli insetti di cui si nutre, nascosti nelle cavità degli alberi, infilzandoli con una spina che tiene col becco.
gli scimpanzé, quando vogliono nutrirsi di térmiti, prendono un bastoncino lungo e sottile, lo introducono nei termitai, poi lo estraggono e mangiano le térmiti rimaste attaccate. E varie altre specie di scimmie sono state osservate mentre usano pietre per rompere i gusci duri di frutti.
alcune specie di lontra usano delle pietre per rompere i gusci delle ostriche.
Fin qui, dunque, siamo in presenza di oggetti - pietre, bastoni, spine - che si trovano disponibili in natura. I processi cognitivi che permettono di immaginarne l'uso sono tipici, è vero, solo di alcune specie animali, ma non vi è ancora una differenza marcata.
Poi, sulla scena del mondo, comparve una nuova specie di Primate : l' Homo abilis.
Siamo sempre in Africa, e da lì non ci muoveremo ancora per parecchi milioni di anni. Questo nostro progenitore, il primo appartenente al nuovo genere "Homo", è chiamato abilis perché ha imparato a fare una cosa straordinaria, nuova, sconvolgente.
Se trova una pietra, non la usa così com'è, ma la trasforma. Battendola contro un'altra, la fa diventare appuntita, capace di tagliare, oltre che più comoda da essere tenuta in mano.
E' il primo caso di modifica dell'ambiente da parte di una specie animale.
Da qui, in appena un battito di ciglia (se rapportato ai tempi geologici del pianeta) arriviamo ai razzi per andare sulla Luna, alle bombe atomiche, ai computer.
Tutto è iniziato qui.
Ecco cosa ci rende davvero diversi (di nuovo, diversi, NON superiori) agli altri animali.
Gli animali, per sopravvivere, si adattano all'ambiente.
Gli esseri umani, per sopravvivere, adattano l'ambiente alle proprie necessità.
E' da qui che nasce la concezione, imperante ancora oggi, di una Natura che deve essere asservita, piegata, sottomessa ai voleri dell'essere umano, signore e padrone dell'intero pianeta.
La stessa concezione che ci fa costruire case vicino ai fiumi, non curandosi del fatto che possono straripare ("straripare" è parola migliore di "esondare", come ben disse Guccini).
La stessa concezione che ci fa parlare di "tragedie", come se alla Natura importasse dove abitiamo, cosa facciamo, come viviamo.
La stessa concezione che ci porta a lamentarci d'inverno perché fa freddo e d'estate perché fa caldo.
Gli esseri umani hanno cambiato il volto del pianeta Terra. E tutto è partito da quella pietra resa più aguzza.
Ma, da allora, cosa sono diventati gli uomini ? Sono cambiati, si sono evoluti o sono, in fondo, sempre gli stessi ?
Lo scopriremo nella prossima puntata !
lunedì 12 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte prima
Terminate le ferie e passato anche l'anniversario dell' 11 Settembre, con i suoi articoli, i suoi commenti, le sue riflessioni uguali ogni anno, è tempo di riprendere il nostro viaggio.
Oggi voglio interrogarmi sul nostro posto nel mondo. Non come Italiani, né come Europei, né come Occidentali. Semplicemente come esseri umani.
Negli articoli dedicati alla violenza sulle donne ho parlato brevemente dei primordi della storia umana. Ora facciamo un altro passo indietro.
Provate a immaginare la Terra all'alba dei tempi. I primi organismi viventi, per nutrirsi, hanno adottato due strategie : cercare il cibo nell'ambiente o fare di altri organismi il loro cibo.
Siamo a circa 3,5 miliardi di anni fa. La Terra ha già un miliardo di anni. Da allora nulla è cambiato. Gli esseri viventi nascono, vanno in cerca di cibo, investono gran parte delle loro energie per riprodursi e infine muoiono.
E' stato sempre così, per centinaia di milioni di anni.
L'esistenza della vita sulla Terra ha corso varie volte il rischio di sparire completamente. Cambiamenti climatici di portata planetaria, innalzamento e abbassamento dei mari, spostamento dei continenti hanno condotto la vita sull'orlo dell'estinzione. CINQUE VOLTE.
Il famoso asteroide che uccise i dinosauri fu una semplice spintarella verso un processo ormai in atto già da molto tempo : i dinosauri si sarebbero estinti anche senza la botta del sasso venuto dallo spazio.
Tra un periodo di crisi e l'altro, la vita sulla Terra ha seguito i suoi ritmi immutabili, sempre uguali a se stessi.
Dopo la scomparsa dei dinosauri venne l'ora dei mammiferi, animali a noi più familiari.
La Terra, a quei tempi, doveva essere abbastanza simile a quello che le varie religioni umane descriveranno come il Paradiso terrestre. Mari solcati solo da pesci e balene, cieli limpidi di giorno e illuminati da miriadi di stelle la notte, distese di erba e di foreste per migliaia di chilometri quadrati.
Pensate a quella che oggi è la Pianura Padana : un tempo era un'unica, immensa foresta, che si estendeva dalla Francia alla Slovenia. Oggi di essa rimane quasi solo la pineta di Classe, vicino a Ravenna. Certo non è tutta colpa di noi moderni, anche gli antichi Romani ci hanno messo del loro. Ma la situazione è questa.
Pensate a quella che oggi è la Costa Orientale degli Stati Uniti, con le immense città di New York e Boston : fino all'arrivo di Colombo vi era una sola, grande foresta, che si estendeva dalla Florida su su per tutti gli USA e il Canada fino a lambire il Circolo Polare Artico. Gli Indiani la rispettavano, la veneravano, ci vivevano e da essa traevano il loro sostentamento, e la stessa cosa facevano gli indios del Sudamerica nella giunga amazzonica.
Tra i vari mammiferi che popolavano la Terra emerse un gruppo particolare : i Primati.
Oggi è cosa nota, ma mai abbastanza ripetuta, che gli esseri umani hanno il 98% dei geni in comune con le grandi scimmie, come i gorilla, gli scimpanzé e gli oranghi (degli oranghi una curiosa leggenda dell'Asia sudorientale dice che sanno parlare, ma che non lo fanno per non essere costretti a lavorare).
Ma in cosa siamo diversi ? Proviamo a esaminare le varie caratteristiche che, di volta in volta, sono state indicate come esclusive dell'umanità.
La capacità di camminare eretti ? NO, è un normale adattamento dell'evoluzione. I Primati da cui si evolsero gli antenati dell'uomo vivevano sugli alberi, nelle fitte foreste dell'Africa. Poi i cambiamenti climatici portarono a una riduzione delle foreste e alla nascita delle savane. In quelle distese di erba alta più di un metro era difficile avvistare per tempo i predatori, quindi si rese necessario procedere solo sulle zampe posteriori, per alzare la testa e avere una visuale più ampia.
La tendenza ad avere un'organizzazione sociale ? NO, molti altri animali ce l'hanno. I leoni (unici tra i grandi felini), i lupi, i delfini vivono in società complesse e gerarchizzate. La famiglia è il fondamento di questa organizzazione, in cui ogni individuo ha il suo posto ed è importante per il funzionamento di tutto il gruppo.
Bisogna poi citare il caso delle formiche, delle api e delle térmiti, i cosiddetti "insetti sociali". La loro organizzazione prevede il superamento dell'individuo e l'esistenza di quello che è stato chiamato "super-organismo". Un'idea che funziona, dal momento che le formiche in particolare non solo esistono da milioni di anni, ma hanno una massa complessiva che supera di varie volte quella degli esseri umani. Un'organizzazione parallela, ben più vincente della nostra.
Il pollice opponibile e quindi la versatilità delle zampe anteriori, che non dovendo più sostenere il peso del corpo si sono specializzate in altri usi ? FORSE.
Nella prossima puntata vedremo perché.
Oggi voglio interrogarmi sul nostro posto nel mondo. Non come Italiani, né come Europei, né come Occidentali. Semplicemente come esseri umani.
Negli articoli dedicati alla violenza sulle donne ho parlato brevemente dei primordi della storia umana. Ora facciamo un altro passo indietro.
Provate a immaginare la Terra all'alba dei tempi. I primi organismi viventi, per nutrirsi, hanno adottato due strategie : cercare il cibo nell'ambiente o fare di altri organismi il loro cibo.
Siamo a circa 3,5 miliardi di anni fa. La Terra ha già un miliardo di anni. Da allora nulla è cambiato. Gli esseri viventi nascono, vanno in cerca di cibo, investono gran parte delle loro energie per riprodursi e infine muoiono.
E' stato sempre così, per centinaia di milioni di anni.
L'esistenza della vita sulla Terra ha corso varie volte il rischio di sparire completamente. Cambiamenti climatici di portata planetaria, innalzamento e abbassamento dei mari, spostamento dei continenti hanno condotto la vita sull'orlo dell'estinzione. CINQUE VOLTE.
Il famoso asteroide che uccise i dinosauri fu una semplice spintarella verso un processo ormai in atto già da molto tempo : i dinosauri si sarebbero estinti anche senza la botta del sasso venuto dallo spazio.
Tra un periodo di crisi e l'altro, la vita sulla Terra ha seguito i suoi ritmi immutabili, sempre uguali a se stessi.
Dopo la scomparsa dei dinosauri venne l'ora dei mammiferi, animali a noi più familiari.
La Terra, a quei tempi, doveva essere abbastanza simile a quello che le varie religioni umane descriveranno come il Paradiso terrestre. Mari solcati solo da pesci e balene, cieli limpidi di giorno e illuminati da miriadi di stelle la notte, distese di erba e di foreste per migliaia di chilometri quadrati.
Pensate a quella che oggi è la Pianura Padana : un tempo era un'unica, immensa foresta, che si estendeva dalla Francia alla Slovenia. Oggi di essa rimane quasi solo la pineta di Classe, vicino a Ravenna. Certo non è tutta colpa di noi moderni, anche gli antichi Romani ci hanno messo del loro. Ma la situazione è questa.
Pensate a quella che oggi è la Costa Orientale degli Stati Uniti, con le immense città di New York e Boston : fino all'arrivo di Colombo vi era una sola, grande foresta, che si estendeva dalla Florida su su per tutti gli USA e il Canada fino a lambire il Circolo Polare Artico. Gli Indiani la rispettavano, la veneravano, ci vivevano e da essa traevano il loro sostentamento, e la stessa cosa facevano gli indios del Sudamerica nella giunga amazzonica.
Tra i vari mammiferi che popolavano la Terra emerse un gruppo particolare : i Primati.
Oggi è cosa nota, ma mai abbastanza ripetuta, che gli esseri umani hanno il 98% dei geni in comune con le grandi scimmie, come i gorilla, gli scimpanzé e gli oranghi (degli oranghi una curiosa leggenda dell'Asia sudorientale dice che sanno parlare, ma che non lo fanno per non essere costretti a lavorare).
Ma in cosa siamo diversi ? Proviamo a esaminare le varie caratteristiche che, di volta in volta, sono state indicate come esclusive dell'umanità.
La capacità di camminare eretti ? NO, è un normale adattamento dell'evoluzione. I Primati da cui si evolsero gli antenati dell'uomo vivevano sugli alberi, nelle fitte foreste dell'Africa. Poi i cambiamenti climatici portarono a una riduzione delle foreste e alla nascita delle savane. In quelle distese di erba alta più di un metro era difficile avvistare per tempo i predatori, quindi si rese necessario procedere solo sulle zampe posteriori, per alzare la testa e avere una visuale più ampia.
La tendenza ad avere un'organizzazione sociale ? NO, molti altri animali ce l'hanno. I leoni (unici tra i grandi felini), i lupi, i delfini vivono in società complesse e gerarchizzate. La famiglia è il fondamento di questa organizzazione, in cui ogni individuo ha il suo posto ed è importante per il funzionamento di tutto il gruppo.
Bisogna poi citare il caso delle formiche, delle api e delle térmiti, i cosiddetti "insetti sociali". La loro organizzazione prevede il superamento dell'individuo e l'esistenza di quello che è stato chiamato "super-organismo". Un'idea che funziona, dal momento che le formiche in particolare non solo esistono da milioni di anni, ma hanno una massa complessiva che supera di varie volte quella degli esseri umani. Un'organizzazione parallela, ben più vincente della nostra.
Il pollice opponibile e quindi la versatilità delle zampe anteriori, che non dovendo più sostenere il peso del corpo si sono specializzate in altri usi ? FORSE.
Nella prossima puntata vedremo perché.
mercoledì 27 luglio 2016
Salone del Libro, Torino, Milano : una riflessione.
E' infine arrivata la notizia, attesa ma non per questo meno temuta.
Dal 2017 ci sarà un Salone del Libro anche a Milano.
A Torino ci sarà ancora l'edizione del trentennale, ma poi ?
Prima di mettersi a piangere recriminando che "ci hanno portato via anche questo" vediamo di fare un attimo il punto.
Il Salone del Libro è nato nel 1987. Io avevo sei anni. Sapevo leggere già da uno, e da allora non mi sono perso un'edizione. Ricordo ancora e ricorderò sempre la gioia provata quando, dopo la scuola, mia mamma e mia nonna mi portavano al Salone. Per me era quello il massimo, la "figata", ben più che trovarmi in un negozio di giocattoli e scegliere quello che volevo (cosa successa anche questa, più volte: ammetto di essere stato un bambino fortunato).
All'epoca il Salone si teneva a Torino Esposizioni. Era ancora piccolo e poco conosciuto, una manifestazione quasi di nicchia. Forse a causa della mia verde età del tempo non ricordo bene come fosse fatto, o quali fossero le differenze rispetto alle edizioni successive, quando traslocò al Lingotto Fiere.
Inoltre, appunto dopo il trasloco, la ripetizione, anno dopo anno, della stessa identica formula, con la stessa organizzazione degli spazi, la stessa cartellonistica, lo stesso design, ha inevitabilmente cancellato dalla memoria quello che c'era prima.
Nonostante questo io ho sempre trovato la ripetizione rassicurante. Sapere che, ogni anno, avrei ritrovato le stesse cose nello stesso posto mi faceva stare bene. Avrei potuto camminare a occhi bendati e non mi sarei perso, avrei saputo sempre esattamente quale stand si trovava di fronte, dietro e di fianco a me.
I primi tempi tornavo a casa carico di libri. Poi, seguendo il consiglio di mia mamma, che mi aveva dimostrato come, in fondo, i testi delle Case Editrici famose si trovassero normalmente anche nelle librerie, ogni giorno, sono diventato più selettivo, concentrandomi sui volumi pubblicati dalle Case Editrici più piccole e meno note.
Ho inoltre imparato a concentrare gli acquisti alla sera dell'ultimo giorno, il lunedì, quando molti stand applicavano sconti anche notevoli, per l'ovvia ragione di volersi liberare di quanta più roba possibile prima di rifare i bagagli.
Negli ultimi anni poi, un po' grazie ai master di editoria che ho frequentato, che mi hanno fornito di pass gratuiti come "operatore del settore", e un po' agli abbonamenti fiera, ho passato dentro il Salone tutti e cinque i giorni, dal giovedì al lunedì, dall'apertura alle 10.00 alla chiusura alle 22.00.
(ecco un vantaggio dell'essere disoccupati !)
Ho seguito decine di incontri, conferenze, dibattiti, presentazioni, lectiones magistrales, potendo finalmente vedere in volto, sentire la viva voce, apprezzare la personalità dei grandi nomi della letteratura, dell'arte, della scienza, dello spettacolo, che come tutti conoscevo solo indirettamente. Vederli dal vivo è un'altra cosa, non sono più solo nomi su un libro o facce dentro lo schermo televisivo: ricevi veramente qualcosa di più.
Molte volte, per un'abitudine mia che mi è rimasta dai tempi dell'università, ho preso appunti: desideravo infatti conservare non solo il ricordo dell'evento, ma la sua sostanza, fissarne i contenuti sulla pagina per arricchire la mia biblioteca cartacea. Non mi è mai interessato avere autografi o foto, e questo già ben prima dell'invenzione dei selfie.
I giorni del Salone del Libro li aspettavo tutto l'anno, risparmiavo soldi per dodici mesi, ogni volta che prendo in mano un testo so esattamente se l'ho comprato al Salone oppure no.
Ma questi sono ricordi personali.
Passiamo invece ad un altro piano.
La formula sempre uguale a se stessa può, mi rendo conto, stufare. Certo si ha paura di cambiare, perché se una cosa funziona bene da trent'anni sembra stupido voler stravolgere tutto.
Ma così facendo ci si comporta esattamente come certe vecchie signore che dicono "Io faccio così perché mia madre ha sempre fatto così". Non si ha il coraggio di esplorare nuove strade, di sondare nuove possibilità.
La chiave del successo, in ogni campo, è l'evoluzione. Al contrario la stagnazione, l'autocompiacimento, la volontà di arroccarsi sulle proprie posizioni, la tendenza a sedersi sugli allori non hanno mai portato nulla di buono.
Un cambiamento era necessario, urgente, non più procrastinabile.
Certo sarebbe stato meglio non dover assistere alla triste e squallida vicenda giudiziaria. Un altro scandalo nel mondo della cultura, non dissimile da quello che ha coinvolto Giuliano Soria, padre-padrone del famoso Premio Letterario "Grinzane Cavour".
Anche nella cultura, a questi livelli perlomeno, girano tanti soldi, e dove ci sono tanti soldi fioriscono le occasioni che fanno gli uomini (e le donne) ladri. Ma spesso non è solo una questione di ingrassare il proprio conto in banca, bensì di potere, di ambizione, di autorità, di superbia: sentirsi Dio, poter con una parola dare e togliere, "affannare e consolare" (per citare Il Cinque Maggio), innalzare e affossare.
Dopo l'edizione del trentennale Torino perderà forse per sempre una manifestazione che era diventata una delle caratteristiche principali del suo territorio.
Non bisogna farne una questione campanilistica. Ogni città può avere eventi simili a quelli di un'altra, pur mantenendo la propria specificità.
Vi porto un esempio, di un settore in parte analogo : quello dei FUMETTI.
Nel mondo degli appassionati di fumetti, cartoni animati, film e telefilm - appassionati adulti e maggiorenni, che seguono in egual misura i comics dei supereroi americani e i manga e gli anime giapponesi, Star Wars e Star Trek, Il Signore degli Anelli e Game Of Thrones - esistono numerose fiere del settore, dove vengono presentate le ultime novità e le anticipazioni, ci sono incontri con autori e disegnatori, dibattiti, eventi di vario tipo.
La principale è quella che si tiene a Lucca, ovvero il LUCCA COMICS. Ma ce ne sono anche a Milano (FUMETTOPOLI), a Roma (ROMICS) e a Napoli (NAPOLI COMICON). Ce n'è una anche a Torino (TORINO COMICS), ma dopo i primi anni di gloria, a causa di una gestione sbagliata, è stata sempre più snobbata, fino a ridursi a una cosuccia povera e triste. Negli ultimi anni poi stanno acquisendo sempre maggiore importanza fiere organizzate in località più piccole.
All'occhio di un non-appassionato queste fiere sembrano tutte uguali, quale che sia la città. Ma, al contrario, ciascuna di esse ha una sua anima, un suo aspetto riconoscibile e caratteristico.
Per il libro dovrebbe poter avvenire la stessa cosa. Non più un solo Salone del Libro, ovunque esso sia, ma tanti, distribuiti su tutta l'Italia e per tutto l'arco dell'anno.
Alcuni appuntamenti ben conosciuti e apprezzati ci sono già, come la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna o il Festival Letteratura di Mantova.
Si tratta solo di allargare l'offerta.
I numeri di visitatori possono essere molto interessanti. Anche se negli ultimi anni del Salone di Torino le cifre sono state gonfiate, si tratta comunque di un flusso di tutto rispetto. E lo stesso avviene negli altri due casi citati di Bologna e Mantova.
Chi va ad una manifestazione letteraria - tolte le classi scolastiche di varie età che sono più o meno costrette dai loro insegnanti - lo fa perché ama davvero leggere, approfondire, farsi una cultura.
Solo di rado, in eventi di questo tipo, trovi un visitatore sperso e confuso, che non sa cosa vuole (come spesso accade nelle librerie, i cui commessi si sentono rivolgere richieste che denotano una totale, abissale, irrimediabile e ahinoi spesso compiaciuta ignoranza).
A livello personale mi dispiace immensamente per la fine del Salone del Libro di Torino, che è stato una parte fondamentale e strutturale della mia vita. Tra l'altro per i dieci anni in cui ho vissuto da solo (2004-2014) ho abitato proprio davanti al Lingotto, quindi mi bastava uscire di casa e dopo pochi passi ero arrivato.
La mia vita cambierà, in peggio.
Ma io non conto niente, in questo caso. Conta la diffusione della cultura, la battaglia per non cedere all'ignoranza, al fanatismo, all'intolleranza (che sono nostre, occidentali, europee, ben prima che mediorientali o islamiche). Conta la necessità di crescere nuove generazioni consapevoli, preparate, curiose di scoprire, di imparare, di allargare sempre più i propri orizzonti e interessi.
W I LIBRI !
Dal 2017 ci sarà un Salone del Libro anche a Milano.
A Torino ci sarà ancora l'edizione del trentennale, ma poi ?
Prima di mettersi a piangere recriminando che "ci hanno portato via anche questo" vediamo di fare un attimo il punto.
Il Salone del Libro è nato nel 1987. Io avevo sei anni. Sapevo leggere già da uno, e da allora non mi sono perso un'edizione. Ricordo ancora e ricorderò sempre la gioia provata quando, dopo la scuola, mia mamma e mia nonna mi portavano al Salone. Per me era quello il massimo, la "figata", ben più che trovarmi in un negozio di giocattoli e scegliere quello che volevo (cosa successa anche questa, più volte: ammetto di essere stato un bambino fortunato).
All'epoca il Salone si teneva a Torino Esposizioni. Era ancora piccolo e poco conosciuto, una manifestazione quasi di nicchia. Forse a causa della mia verde età del tempo non ricordo bene come fosse fatto, o quali fossero le differenze rispetto alle edizioni successive, quando traslocò al Lingotto Fiere.
Inoltre, appunto dopo il trasloco, la ripetizione, anno dopo anno, della stessa identica formula, con la stessa organizzazione degli spazi, la stessa cartellonistica, lo stesso design, ha inevitabilmente cancellato dalla memoria quello che c'era prima.
Nonostante questo io ho sempre trovato la ripetizione rassicurante. Sapere che, ogni anno, avrei ritrovato le stesse cose nello stesso posto mi faceva stare bene. Avrei potuto camminare a occhi bendati e non mi sarei perso, avrei saputo sempre esattamente quale stand si trovava di fronte, dietro e di fianco a me.
I primi tempi tornavo a casa carico di libri. Poi, seguendo il consiglio di mia mamma, che mi aveva dimostrato come, in fondo, i testi delle Case Editrici famose si trovassero normalmente anche nelle librerie, ogni giorno, sono diventato più selettivo, concentrandomi sui volumi pubblicati dalle Case Editrici più piccole e meno note.
Ho inoltre imparato a concentrare gli acquisti alla sera dell'ultimo giorno, il lunedì, quando molti stand applicavano sconti anche notevoli, per l'ovvia ragione di volersi liberare di quanta più roba possibile prima di rifare i bagagli.
Negli ultimi anni poi, un po' grazie ai master di editoria che ho frequentato, che mi hanno fornito di pass gratuiti come "operatore del settore", e un po' agli abbonamenti fiera, ho passato dentro il Salone tutti e cinque i giorni, dal giovedì al lunedì, dall'apertura alle 10.00 alla chiusura alle 22.00.
(ecco un vantaggio dell'essere disoccupati !)
Ho seguito decine di incontri, conferenze, dibattiti, presentazioni, lectiones magistrales, potendo finalmente vedere in volto, sentire la viva voce, apprezzare la personalità dei grandi nomi della letteratura, dell'arte, della scienza, dello spettacolo, che come tutti conoscevo solo indirettamente. Vederli dal vivo è un'altra cosa, non sono più solo nomi su un libro o facce dentro lo schermo televisivo: ricevi veramente qualcosa di più.
Molte volte, per un'abitudine mia che mi è rimasta dai tempi dell'università, ho preso appunti: desideravo infatti conservare non solo il ricordo dell'evento, ma la sua sostanza, fissarne i contenuti sulla pagina per arricchire la mia biblioteca cartacea. Non mi è mai interessato avere autografi o foto, e questo già ben prima dell'invenzione dei selfie.
I giorni del Salone del Libro li aspettavo tutto l'anno, risparmiavo soldi per dodici mesi, ogni volta che prendo in mano un testo so esattamente se l'ho comprato al Salone oppure no.
Ma questi sono ricordi personali.
Passiamo invece ad un altro piano.
La formula sempre uguale a se stessa può, mi rendo conto, stufare. Certo si ha paura di cambiare, perché se una cosa funziona bene da trent'anni sembra stupido voler stravolgere tutto.
Ma così facendo ci si comporta esattamente come certe vecchie signore che dicono "Io faccio così perché mia madre ha sempre fatto così". Non si ha il coraggio di esplorare nuove strade, di sondare nuove possibilità.
La chiave del successo, in ogni campo, è l'evoluzione. Al contrario la stagnazione, l'autocompiacimento, la volontà di arroccarsi sulle proprie posizioni, la tendenza a sedersi sugli allori non hanno mai portato nulla di buono.
Un cambiamento era necessario, urgente, non più procrastinabile.
Certo sarebbe stato meglio non dover assistere alla triste e squallida vicenda giudiziaria. Un altro scandalo nel mondo della cultura, non dissimile da quello che ha coinvolto Giuliano Soria, padre-padrone del famoso Premio Letterario "Grinzane Cavour".
Anche nella cultura, a questi livelli perlomeno, girano tanti soldi, e dove ci sono tanti soldi fioriscono le occasioni che fanno gli uomini (e le donne) ladri. Ma spesso non è solo una questione di ingrassare il proprio conto in banca, bensì di potere, di ambizione, di autorità, di superbia: sentirsi Dio, poter con una parola dare e togliere, "affannare e consolare" (per citare Il Cinque Maggio), innalzare e affossare.
Dopo l'edizione del trentennale Torino perderà forse per sempre una manifestazione che era diventata una delle caratteristiche principali del suo territorio.
Non bisogna farne una questione campanilistica. Ogni città può avere eventi simili a quelli di un'altra, pur mantenendo la propria specificità.
Vi porto un esempio, di un settore in parte analogo : quello dei FUMETTI.
Nel mondo degli appassionati di fumetti, cartoni animati, film e telefilm - appassionati adulti e maggiorenni, che seguono in egual misura i comics dei supereroi americani e i manga e gli anime giapponesi, Star Wars e Star Trek, Il Signore degli Anelli e Game Of Thrones - esistono numerose fiere del settore, dove vengono presentate le ultime novità e le anticipazioni, ci sono incontri con autori e disegnatori, dibattiti, eventi di vario tipo.
La principale è quella che si tiene a Lucca, ovvero il LUCCA COMICS. Ma ce ne sono anche a Milano (FUMETTOPOLI), a Roma (ROMICS) e a Napoli (NAPOLI COMICON). Ce n'è una anche a Torino (TORINO COMICS), ma dopo i primi anni di gloria, a causa di una gestione sbagliata, è stata sempre più snobbata, fino a ridursi a una cosuccia povera e triste. Negli ultimi anni poi stanno acquisendo sempre maggiore importanza fiere organizzate in località più piccole.
All'occhio di un non-appassionato queste fiere sembrano tutte uguali, quale che sia la città. Ma, al contrario, ciascuna di esse ha una sua anima, un suo aspetto riconoscibile e caratteristico.
Per il libro dovrebbe poter avvenire la stessa cosa. Non più un solo Salone del Libro, ovunque esso sia, ma tanti, distribuiti su tutta l'Italia e per tutto l'arco dell'anno.
Alcuni appuntamenti ben conosciuti e apprezzati ci sono già, come la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna o il Festival Letteratura di Mantova.
Si tratta solo di allargare l'offerta.
I numeri di visitatori possono essere molto interessanti. Anche se negli ultimi anni del Salone di Torino le cifre sono state gonfiate, si tratta comunque di un flusso di tutto rispetto. E lo stesso avviene negli altri due casi citati di Bologna e Mantova.
Chi va ad una manifestazione letteraria - tolte le classi scolastiche di varie età che sono più o meno costrette dai loro insegnanti - lo fa perché ama davvero leggere, approfondire, farsi una cultura.
Solo di rado, in eventi di questo tipo, trovi un visitatore sperso e confuso, che non sa cosa vuole (come spesso accade nelle librerie, i cui commessi si sentono rivolgere richieste che denotano una totale, abissale, irrimediabile e ahinoi spesso compiaciuta ignoranza).
A livello personale mi dispiace immensamente per la fine del Salone del Libro di Torino, che è stato una parte fondamentale e strutturale della mia vita. Tra l'altro per i dieci anni in cui ho vissuto da solo (2004-2014) ho abitato proprio davanti al Lingotto, quindi mi bastava uscire di casa e dopo pochi passi ero arrivato.
La mia vita cambierà, in peggio.
Ma io non conto niente, in questo caso. Conta la diffusione della cultura, la battaglia per non cedere all'ignoranza, al fanatismo, all'intolleranza (che sono nostre, occidentali, europee, ben prima che mediorientali o islamiche). Conta la necessità di crescere nuove generazioni consapevoli, preparate, curiose di scoprire, di imparare, di allargare sempre più i propri orizzonti e interessi.
W I LIBRI !
lunedì 25 luglio 2016
Violenza sulle donne e storia del mondo femminile - Parte Terza
Riprendiamo il nostro discorso.
Eravamo arrivati all'affermazione delle società patriarcali. Il modello storico-antropologico ancora oggi prevalente, sebbene messo parecchie volte in discussione, ne ha individuato l'origine nelle steppe della Russia, dove viveva un gruppo di popoli che, per pura e semplice convenzione, vengono chiamati INDOEUROPEI
(un altro nome con cui sono noti è quello di ARIANI, ovvero i figli di Ario, mitico personaggio che compare nelle tradizioni epiche dell'India. Il termine di "ariani" è oggi conosciuto per via delle teorie di Hitler: in effetti il simbolo del nazismo, la croce uncinata, non è altro che uno dei tanti simboli sacri dell'arte indiana).
Circa 3.000 anni prima di Cristo questo gruppo di popoli migrò dalle sue regioni di origine, dirigendosi in parte verso est, dove diede origine alle grandi civiltà dell'India, e in parte verso ovest, ovvero in tutta l'Europa e nel Medio Oriente.
La principale prova di questi avvenimenti sta nella LINGUA. Le cosiddette LINGUE INDOEUROPEE sono tutte quelle che, pur nella diversità della loro evoluzione successiva, conservano alcune parole comuni, generalmente quelle relative alla famiglia (l'esempio classico che si fa è quello del latino pater e dell'inglese father, ma ce ne sono molti altri).
Questi popoli portarono con sé la loro organizzazione sociale, basata sulla preminenza dell'uomo sulla donna.
Come spesso avviene, anche la concezione religiosa e l'idea del divino riflettevano l'esperienza terrena. Ecco quindi la comparsa delle grandi divinità maschili, da Zeus/Giove a Odino, che governano sulle proprie famiglie divine nello stesso modo in cui l'uomo governa sulla propria famiglia terrena.
Nella zona del Medio Oriente si assiste poi ad un'ulteriore specializzazione. Accanto a grandi pantheon come quello degli Assiri e dei Babilonesi si ha lo sviluppo di divinità "nazionali", specifiche di un certo popolo o etnia: divinità che sono, ovviamente, maschili, e anche quasi sempre sole, nel senso che ad esse non vengono associate altre figure divine.
(da questo si può capire come gli Ebrei, i quali ancora oggi sostengono di essere stati i primi a venerare il Dio unico, in realtà fossero in buona compagnia. Yavhé, il Dio degli Ebrei, era solo uno tra tanti).
Con l'affermazione delle nuove società, le donne vengono relegate in un ruolo sempre più subalterno. Non mancano esempi in cui conservano una certa libertà, come tra gli Egizi o tra gli Etruschi, ma più spesso perdono qualsiasi autonomia.
Il caso più eclatante è quello dei Greci.
Sì, proprio i Greci, la civiltà da sempre considerata la più bella, la più perfetta, la più magnifica, l'esempio più alto mai creato dagli uomini.
Ebbene, i Greci tenevano le donne segregate in casa, addirittura in una parte separata dell'abitazione (il gineceo). Potevano uscire solo se accompagnate da altre, mai da sole. Passavano dalla tutela del padre a quella del marito e in generale dei parenti maschi, figli compresi. Portavano il velo. Non avevano alcuna istruzione, né possibilità di farsela.
Insomma, i tanto osannati Greci erano tali e quali i Talebani e i jihadisti dell'ISIS oggi.
Nell'antica Roma la situazione migliora un po', specie durante i grandi secoli dell'Impero.
Ma con l'inizio del Medioevo, e la vittoria del Cristianesimo, alla donna viene affibbiata anche la colpa di aver corrotto l'uomo, offrendogli la mela dell'albero proibito. Inoltre viene stabilita come verità di fede la storia della Genesi
(storia che, a ben guardare, è solo una delle infinite versioni sulla creazione del mondo e dell'umanità, che si ritrova più o meno sempre uguale in tutti i popoli, anche extraeuropei)
secondo cui la donna è stata creata da una costola dell'uomo.
In quanto derivata dall'uomo, appare quindi naturale che sia a lui sottomessa, in tutto e per tutto.
Nel corso dei secoli le donne hanno saputo affrancarsi da questa situazione di vera e propria schiavitù affinando le armi della seduzione, del sotterfugio, della dissimulazione, dell'inganno.
Non perché siano intrinsecamente malvagie, come la cultura dominante ha voluto e vuole ancora farci credere, ma perché era l'unico modo che avevano per conservare la propria dignità: hanno usato, e usano tuttora, il proprio corpo per affermare il diritto all'esistenza che in tutti gli altri campi è loro negato.
Prima di arrivare alla società di oggi abbiamo avuto le battaglie per il diritto di voto e per l'aborto, oltre che tutta la cultura di stampo femminista.
La vera parità dei sessi è, purtroppo, ancora lontana. Le famose "quote rosa" già nel nome non sono altro che una concessione fatta di malavoglia. Una donna che voglia lavorare e non fare figli viene vista con sospetto, come se in lei ci fosse qualcosa di sbagliato; mentre se vuole lavorare e allo stesso tempo fare figli le viene tolto il lavoro, perché si pensa che non possa fare bene entrambe le cose ma soprattutto perché la si vuole costringere ad essere prima di tutto ed esclusivamente una madre, unico lavoro, unica vita, unica realizzazione personale che le si può concedere).
E sono ancora troppi, lo sappiamo, gli uomini che considerano le donne una loro proprietà personale, come la macchina o la moto. L'idea che questi oggetti possano pensare, avere una vita propria, voler persino staccarsi da loro è semplicemente inconcepibile.
Infatti non tutti gli uomini che picchiano le donne sono, in origine, dei mostri. E' che proprio non ci arrivano. Una donna indipendente, libera, autonoma è un concetto del tutto al di fuori del loro orizzonte di pensiero
(è come se a un pesce nato e cresciuto dentro la classica boccia di vetro venisse detto che esiste l'oceano: non potrebbe mai figurarselo, immaginarselo, concepirlo).
In questi casi l'uomo reagisce con la violenza perché, di nuovo, è l'unico linguaggio che conosce. E' come quando un cowboy doveva domare un cavallo selvaggio, insegnargli a sopportare la sella, il morso e il peso sulla schiena: si tratta di far capire chi è il padrone, chi è che comanda.
Se le botte non bastano, si arriva all'omicidio (o "femminicidio", per usare la bruttissima parola in voga oggi: brutta perché il termine stesso "femmina" ha assunto con il tempo una connotazione negativa, derisoria, che sottolinea l'inferiorità. Quante volte abbiamo sentito dei bambini maschi che giocano tra di loro dire "Eh, ma quelle sono femmine !". E che dire di "femminuccia", epiteto affibbiato a quel maschio che si dimostra poco virile ?).
Le donne, oggi, vengono uccise dagli uomini per affermare in modo definitivo i propri diritti sull'oggetto, il possesso esclusivo dell'oggetto stesso.
Se a questo si aggiunge la violenza divenuta ormai interna alla nostra società, di cui abbiamo parlato nella prima puntata, si capisce come non bastino proclami, iniziative, dibattiti per cambiare le cose.
Bisogna ripartire da zero, su nuove basi, costruire una società nuova, completamente diversa.
Donne e uomini, insieme, fianco a fianco.
Perché è ora di cambiare l'abusata frase "DIETRO a ogni grande uomo c'è sempre una grande donna".
Facciamola diventare "ACCANTO a ogni grande uomo c'è sempre una grande donna".
Eravamo arrivati all'affermazione delle società patriarcali. Il modello storico-antropologico ancora oggi prevalente, sebbene messo parecchie volte in discussione, ne ha individuato l'origine nelle steppe della Russia, dove viveva un gruppo di popoli che, per pura e semplice convenzione, vengono chiamati INDOEUROPEI
(un altro nome con cui sono noti è quello di ARIANI, ovvero i figli di Ario, mitico personaggio che compare nelle tradizioni epiche dell'India. Il termine di "ariani" è oggi conosciuto per via delle teorie di Hitler: in effetti il simbolo del nazismo, la croce uncinata, non è altro che uno dei tanti simboli sacri dell'arte indiana).
Circa 3.000 anni prima di Cristo questo gruppo di popoli migrò dalle sue regioni di origine, dirigendosi in parte verso est, dove diede origine alle grandi civiltà dell'India, e in parte verso ovest, ovvero in tutta l'Europa e nel Medio Oriente.
La principale prova di questi avvenimenti sta nella LINGUA. Le cosiddette LINGUE INDOEUROPEE sono tutte quelle che, pur nella diversità della loro evoluzione successiva, conservano alcune parole comuni, generalmente quelle relative alla famiglia (l'esempio classico che si fa è quello del latino pater e dell'inglese father, ma ce ne sono molti altri).
Questi popoli portarono con sé la loro organizzazione sociale, basata sulla preminenza dell'uomo sulla donna.
Come spesso avviene, anche la concezione religiosa e l'idea del divino riflettevano l'esperienza terrena. Ecco quindi la comparsa delle grandi divinità maschili, da Zeus/Giove a Odino, che governano sulle proprie famiglie divine nello stesso modo in cui l'uomo governa sulla propria famiglia terrena.
Nella zona del Medio Oriente si assiste poi ad un'ulteriore specializzazione. Accanto a grandi pantheon come quello degli Assiri e dei Babilonesi si ha lo sviluppo di divinità "nazionali", specifiche di un certo popolo o etnia: divinità che sono, ovviamente, maschili, e anche quasi sempre sole, nel senso che ad esse non vengono associate altre figure divine.
(da questo si può capire come gli Ebrei, i quali ancora oggi sostengono di essere stati i primi a venerare il Dio unico, in realtà fossero in buona compagnia. Yavhé, il Dio degli Ebrei, era solo uno tra tanti).
Con l'affermazione delle nuove società, le donne vengono relegate in un ruolo sempre più subalterno. Non mancano esempi in cui conservano una certa libertà, come tra gli Egizi o tra gli Etruschi, ma più spesso perdono qualsiasi autonomia.
Il caso più eclatante è quello dei Greci.
Sì, proprio i Greci, la civiltà da sempre considerata la più bella, la più perfetta, la più magnifica, l'esempio più alto mai creato dagli uomini.
Ebbene, i Greci tenevano le donne segregate in casa, addirittura in una parte separata dell'abitazione (il gineceo). Potevano uscire solo se accompagnate da altre, mai da sole. Passavano dalla tutela del padre a quella del marito e in generale dei parenti maschi, figli compresi. Portavano il velo. Non avevano alcuna istruzione, né possibilità di farsela.
Insomma, i tanto osannati Greci erano tali e quali i Talebani e i jihadisti dell'ISIS oggi.
Nell'antica Roma la situazione migliora un po', specie durante i grandi secoli dell'Impero.
Ma con l'inizio del Medioevo, e la vittoria del Cristianesimo, alla donna viene affibbiata anche la colpa di aver corrotto l'uomo, offrendogli la mela dell'albero proibito. Inoltre viene stabilita come verità di fede la storia della Genesi
(storia che, a ben guardare, è solo una delle infinite versioni sulla creazione del mondo e dell'umanità, che si ritrova più o meno sempre uguale in tutti i popoli, anche extraeuropei)
secondo cui la donna è stata creata da una costola dell'uomo.
In quanto derivata dall'uomo, appare quindi naturale che sia a lui sottomessa, in tutto e per tutto.
Nel corso dei secoli le donne hanno saputo affrancarsi da questa situazione di vera e propria schiavitù affinando le armi della seduzione, del sotterfugio, della dissimulazione, dell'inganno.
Non perché siano intrinsecamente malvagie, come la cultura dominante ha voluto e vuole ancora farci credere, ma perché era l'unico modo che avevano per conservare la propria dignità: hanno usato, e usano tuttora, il proprio corpo per affermare il diritto all'esistenza che in tutti gli altri campi è loro negato.
Prima di arrivare alla società di oggi abbiamo avuto le battaglie per il diritto di voto e per l'aborto, oltre che tutta la cultura di stampo femminista.
La vera parità dei sessi è, purtroppo, ancora lontana. Le famose "quote rosa" già nel nome non sono altro che una concessione fatta di malavoglia. Una donna che voglia lavorare e non fare figli viene vista con sospetto, come se in lei ci fosse qualcosa di sbagliato; mentre se vuole lavorare e allo stesso tempo fare figli le viene tolto il lavoro, perché si pensa che non possa fare bene entrambe le cose ma soprattutto perché la si vuole costringere ad essere prima di tutto ed esclusivamente una madre, unico lavoro, unica vita, unica realizzazione personale che le si può concedere).
E sono ancora troppi, lo sappiamo, gli uomini che considerano le donne una loro proprietà personale, come la macchina o la moto. L'idea che questi oggetti possano pensare, avere una vita propria, voler persino staccarsi da loro è semplicemente inconcepibile.
Infatti non tutti gli uomini che picchiano le donne sono, in origine, dei mostri. E' che proprio non ci arrivano. Una donna indipendente, libera, autonoma è un concetto del tutto al di fuori del loro orizzonte di pensiero
(è come se a un pesce nato e cresciuto dentro la classica boccia di vetro venisse detto che esiste l'oceano: non potrebbe mai figurarselo, immaginarselo, concepirlo).
In questi casi l'uomo reagisce con la violenza perché, di nuovo, è l'unico linguaggio che conosce. E' come quando un cowboy doveva domare un cavallo selvaggio, insegnargli a sopportare la sella, il morso e il peso sulla schiena: si tratta di far capire chi è il padrone, chi è che comanda.
Se le botte non bastano, si arriva all'omicidio (o "femminicidio", per usare la bruttissima parola in voga oggi: brutta perché il termine stesso "femmina" ha assunto con il tempo una connotazione negativa, derisoria, che sottolinea l'inferiorità. Quante volte abbiamo sentito dei bambini maschi che giocano tra di loro dire "Eh, ma quelle sono femmine !". E che dire di "femminuccia", epiteto affibbiato a quel maschio che si dimostra poco virile ?).
Le donne, oggi, vengono uccise dagli uomini per affermare in modo definitivo i propri diritti sull'oggetto, il possesso esclusivo dell'oggetto stesso.
Se a questo si aggiunge la violenza divenuta ormai interna alla nostra società, di cui abbiamo parlato nella prima puntata, si capisce come non bastino proclami, iniziative, dibattiti per cambiare le cose.
Bisogna ripartire da zero, su nuove basi, costruire una società nuova, completamente diversa.
Donne e uomini, insieme, fianco a fianco.
Perché è ora di cambiare l'abusata frase "DIETRO a ogni grande uomo c'è sempre una grande donna".
Facciamola diventare "ACCANTO a ogni grande uomo c'è sempre una grande donna".
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