domenica 28 gennaio 2018
HISTORY FAKE NEWS 2 - L'ESTINZIONE DEI DINOSAURI
"I dinosauri si estinsero a causa della caduta di un asteroide" ----> PARZIALMENTE FALSO
Eccoci alla seconda puntata della nostra serie dedicata alla fake news nella Storia. Torniamo a parlare dei grandi rettili del Mesozoico, e del "mistero" più affascinante che li riguarda: la loro estinzione.
65 milioni di anni fa cadde effettivamente un asteroide sul nostro pianeta, un asteroide bello grosso. E qualunque bambino appassionato di dinosauri saprebbe dirvi esattamente dove cadde: nella penisola dello Yucatan, in Messico.
All'epoca, ovvero la fine del periodo Cretaceo, i continenti erano già più o meno nella posizione attuale, ma il profilo delle coste era leggermente diverso: oggi infatti le tracce del cratere lasciato dall'impatto si possono vedere per metà sulla terraferma e per metà in mare.
L'ipotesi dell'asteroide venne in realtà formulata prima che si trovassero le tracce del cratere, e fu tutt'altro che campata in aria. Si basava infatti su precise analisi geologiche di rocce risalenti alla fine del Cretaceo, in diverse parti del mondo (tra cui anche in Italia, a Gubbio). Passarono ben dieci anni tra la formulazione di questa teoria e la scoperta effettiva del cratere, ma infine si ebbe la conferma.
Tutto risolto ? No, per niente.
Quella dei dinosauri fu infatti non la prima, bensì la QUINTA grande estinzione di massa sul nostro pianeta (ed oggi si comincia a parlare della sesta, causata - oh, che sorpresa ! - dall'uomo).
Insieme ai dinosauri scomparve il 75% delle specie animali, sulla terra, nei mari e nei cieli.
Tutti gli animali di taglia superiore a quella di un cane sparirono. Non da un giorno all'altro, si capisce, ma abbastanza velocemente se si considerano come scala i tempi geologici.
La caduta dell'asteroide non avrebbe potuto, da sola, provocare una simile strage.
Se l'asteroide fosse l'unico imputato, avrebbe certamente portato all'estinzione dei dinosauri, che vivevano sulla terraferma, e forse anche dei rettili volanti (pterosauri, pteranodonti e loro parenti).
Ma avrebbe risparmiato - fatti salvi i devastanti tsunami seguiti all'impatto, che effettivamente ci furono - gli organismi marini. E quindi forse oggi vedremmo nuotare negli oceani i Plesiosauri, i Mosasauri, gli Ittiosauri, oltre alle numerosissime specie di Ammoniti, i molluschi con i tentacoli dalla caratteristica conchiglia a spirale (oggi ne sopravvive solo una, chiamata Nautilus, considerata estinta come le altre e riscoperta solo nell'Ottocento: un vero e proprio fossile vivente. E non è il solo.).
Come per altri eventi - si pensi, ad esempio, alla caduta dell'Impero Romano, o all'attuale crisi economica mondiale iniziata nel 2008 - non bisogna mai accontentarsi di una sola spiegazione o causa, ma considerarne molte insieme, che hanno agito contemporaneamente provocando lo sconquasso che si sta cercando di spiegare.
Nel caso dell'estinzione dei dinosauri, così come per le altre quattro avvenute in precedenza, questa somma di fattori ha un nome che oggi conosciamo molto bene :
IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Sotto questa definizione trovano posto : eruzioni vulcaniche, mutamento delle correnti marine, diversa concentrazione dei gas nell'atmosfera, diffusione di nuove piante, variazioni di temperatura e chi più ne ha più ne metta.
Tutte cause che si influenzano a vicenda e si combinano moltiplicando i loro effetti.
Il cambiamento climatico c'è quindi sempre stato. Nel corso di milioni di anni ha plasmato e modellato la Terra così come la conosciamo.
Oggi i suoi effetti sono - e su questo non ci sono e non devono esistere dubbi - accelerati e peggiorati dall'intervento dell'uomo. Che quindi ha la sua parte - gravissima - di responsabilità. Ma non l'ha provocato lui, e soprattutto non ha la minima possibilità di difendersi, né con la tecnologia né se per miracolo iniziasse a vivere di punto in bianco a impatto zero.
I dinosauri erano perfettamente adattati al loro ambiente. Così ben adattati che, dopo milioni di anni, non sono più stati in grado di cambiare di nuovo, per rispondere alle mutate condizioni ambientali.
L'asteroide ha quindi semplicemente dato il colpo di grazia a una situazione di crisi irreversibile già in atto.
Se non fosse caduto, i dinosauri si sarebbero estinti lo stesso.
Come già abbiamo fatto la scorsa puntata, notiamo un problema di comunicazione nel passaggio dai dati scientifici noti agli specialisti alla conoscenza comune disponibile per il grande pubblico.
A scanso di equivoci, precisiamo che NON C'E' ALCUN COMPLOTTO degli scienziati per tenere segreti certi dati, né si vuole mantenere la gente nell'ignoranza per chissà quali fini (che poi sarebbero sempre i soliti : soldi e potere).
Manca, semplicemente, una buona divulgazione.
E le fake news si nascondono, da sempre, nella limitata diffusione della conoscenza.
E, se manca la conoscenza, mancano anche gli strumenti mentali per distinguere - nell'enorme massa di informazioni oggi disponibili - il vero dal falso.
Saluti dal Cretaceo !
sabato 27 gennaio 2018
HISTORY FAKE NEWS 1 - I DINOSAURI
"I dinosauri erano bestioni lenti, grossi e stupidi" ---> FALSO !
Bentornati su questo blog ! Inizia una nuova serie di post, ispirata dal tema, oggi molto dibattuto, delle FAKE NEWS.
Non parlerò di politica, di economia, di terrorismo, di social network, di Medio Oriente. Non è il mio campo, e anche se sto cercando di farmi una cultura in materia non ne so ancora abbastanza per proporre un'opinione seria e supportata da dati scientifici.
Parlerò invece di ciò che conosco da sempre, di quello che è il mio vero mestiere :
la Storia, con la S maiuscola.
Come avrete capito dal titolo e dalla frase in cima, partiamo in realtà dalla Preistoria. Perché anche quel tempo lontano, che apparentemente non ha nulla a che fare con il mondo di oggi, può insegnarci qualcosa.
I dinosauri piacciono a tutti i bambini (e anche a molti adulti, me compreso). L'immagine che ne abbiamo oggi è naturalmente molto diversa rispetto alle prime scoperte di fossili, avvenute nell'Ottocento. Ricostruire l'evoluzione delle idee sui dinosauri è una scoperta nella scoperta, una storia della preistoria.
Ma al grande pubblico quanto arriva di tutto questo ? E in che forma ?
Il primo film della saga di Jurassic Park - quello mitico - uscì nell'anno 1993. Ed era ancora in buona parte figlio di un'idea dei dinosauri oggi quasi del tutto superata. Fu comunque un ottimo prodotto, che si avvalse della consulenza di veri e stimati paleontologi.
Le successive pellicole della saga hanno mantenuto la stessa immagine dei dinosauri, in particolare dei celeberrimi Velociraptor. Qui però la colpa non è dei registi o dei produttori. Si tratta, molto semplicemente, di continuità narrativa: mostrare un Velociraptor diverso da quello del primo film avrebbe creato dei problemi a livello di storia (o, come si dice oggi, di storytelling), complicando inutilmente la sceneggiatura di quelli che sono, e altro non vogliono essere, che degli onestissimi film di intrattenimento. E naturalmente entrano in gioco anche fattori economici: è infatti necessario mantenere la riconoscibilità del brand.
Il film diede comunque l'avvio a un rinnovato interesse per i dinosauri, che portò a nuovi studi e nuove campagne di ricerca. I paleontologi, smessi i panni polverosi degli accademici, divennero più cool. Al loro fianco salirono alla ribalta anche i cosiddetti PALEO - ARTISTI, ovvero i disegnatori e gli illustratori dei libri sui dinosauri destinati al grande pubblico.
Iniziò così quello che oggi è a volte definito "il Rinascimento dei dinosauri".
Ma c'è un problema. Ed è capire se e come questi nuovi dati scientifici, solidamente verificati e oggi condivisi dalla quasi totalità degli studiosi, vengono divulgati e accolti nella conoscenza comune.
Prendiamo ad esempio un'immagine classica: il Triceratops contro il T-Rex, le lunghe corna dell'erbivoro corazzato contro l'enorme bocca irta di denti del grande carnivoro.
Di solito si pensa che il Triceratops avrebbe potuto facilmente difendersi, e che almeno in qualche caso avrebbe vinto il confronto, sbudellando il T-rex e squarciandogli la pancia.
Ma gli studi sulle ossa del Triceratops e degli altri dinosauri cornuti hanno dimostrato che le corna erano troppo fragili per reggere ad un simile impatto. In altre parole, se il Triceratops avesse cercato di incornare il T-Rex le sue corna si sarebbero spezzate, lasciandolo del tutto indifeso.
Il confronto con gli animali odierni, che si sono evoluti occupando gli ambienti e assumendo gli stili di vita che erano stati dei dinosauri, ha portato a capire che, con ogni probabilità, le corna avessero più che altro un ruolo nelle lotte all'interno del branco, per il predominio di un maschio dominante e il suo diritto ad accoppiarsi con le femmine: esattamente come fanno oggi i cervi. Costituivano un apparato molto scenografico, un po' come la ruota del pavone, ma di poca utilità pratica.
Questo piccolo esempio mostra la tendenza, necessaria ma non per questo corretta, a mantenere in vita certe immagini per conservare l'attenzione del pubblico. Necessaria perché anche i paleontologi, come tutti gli studiosi, hanno un bisogno continuo e pressante di finanziamenti: e l'unico modo per ottenere i soldi è fare degli annunci roboanti, che almeno per qualche tempo attraggano gli sguardi di tutti sul loro lavoro.
Quando venne studiato con attenzione lo Spinosaurus - il carnivoro protagonista del terzo film della saga di Jurassic Park, caratterizzato dal lungo muso da coccodrillo e dalla vela sulla schiena - ci si affrettò a presentarlo al pubblico come "più grande del T-Rex !" : e anche nel film lo si mostra mentre sconfigge, con estrema facilità tra l'altro, il "re dei dinosauri".
Ma, in questo come in altri casi, i dati sono falsati. O meglio, vengono divulgati solo quelli che possono risultare sensazionali (e comprensibili al più vasto pubblico possibile): tutto per evitare la noia.
Lo Spinosaurus era effettivamente più grande del T-Rex, ma solo in lunghezza, e solo di uno o due metri al massimo. La sua struttura fisica era molto più snella e leggera, le sue mascelle molto più deboli, perché adatte - secondo gli studiosi - ad afferrare i pesci dei fiumi africani dove viveva, non certo a strappare enormi tranci di carne dalla schiena di indifesi erbivori. E' probabile che si nutrisse anche di carogne - il muso lungo era adattissimo per frugare in una carcassa - ed è verosimile che quando incontrava un altro carnivoro - nell'Africa dei dinosauri ce n'erano parecchi, molti dei quali grandi e feroci come il T-Rex - fuggisse a zampe levate, perché in un confronto avrebbe avuto la peggio.
Siamo quindi, nei due casi citati come in altri, di fronte ad un problema di "verità parziale", la cui diffusione sbagliata, spesso volutamente (anche se come abbiamo visto per motivi che possono essere condivisibili) porta alla nascita di vere e proprie "bufale" (o fake news, se preferite).
Nella prossima puntata parleremo ancora di dinosauri, concentrandoci sul tema che da sempre attira l'attenzione di tutti: la loro estinzione.
Saluti dal Mesozoico !
Bentornati su questo blog ! Inizia una nuova serie di post, ispirata dal tema, oggi molto dibattuto, delle FAKE NEWS.
Non parlerò di politica, di economia, di terrorismo, di social network, di Medio Oriente. Non è il mio campo, e anche se sto cercando di farmi una cultura in materia non ne so ancora abbastanza per proporre un'opinione seria e supportata da dati scientifici.
Parlerò invece di ciò che conosco da sempre, di quello che è il mio vero mestiere :
la Storia, con la S maiuscola.
Come avrete capito dal titolo e dalla frase in cima, partiamo in realtà dalla Preistoria. Perché anche quel tempo lontano, che apparentemente non ha nulla a che fare con il mondo di oggi, può insegnarci qualcosa.
I dinosauri piacciono a tutti i bambini (e anche a molti adulti, me compreso). L'immagine che ne abbiamo oggi è naturalmente molto diversa rispetto alle prime scoperte di fossili, avvenute nell'Ottocento. Ricostruire l'evoluzione delle idee sui dinosauri è una scoperta nella scoperta, una storia della preistoria.
Ma al grande pubblico quanto arriva di tutto questo ? E in che forma ?
Il primo film della saga di Jurassic Park - quello mitico - uscì nell'anno 1993. Ed era ancora in buona parte figlio di un'idea dei dinosauri oggi quasi del tutto superata. Fu comunque un ottimo prodotto, che si avvalse della consulenza di veri e stimati paleontologi.
Le successive pellicole della saga hanno mantenuto la stessa immagine dei dinosauri, in particolare dei celeberrimi Velociraptor. Qui però la colpa non è dei registi o dei produttori. Si tratta, molto semplicemente, di continuità narrativa: mostrare un Velociraptor diverso da quello del primo film avrebbe creato dei problemi a livello di storia (o, come si dice oggi, di storytelling), complicando inutilmente la sceneggiatura di quelli che sono, e altro non vogliono essere, che degli onestissimi film di intrattenimento. E naturalmente entrano in gioco anche fattori economici: è infatti necessario mantenere la riconoscibilità del brand.
Il film diede comunque l'avvio a un rinnovato interesse per i dinosauri, che portò a nuovi studi e nuove campagne di ricerca. I paleontologi, smessi i panni polverosi degli accademici, divennero più cool. Al loro fianco salirono alla ribalta anche i cosiddetti PALEO - ARTISTI, ovvero i disegnatori e gli illustratori dei libri sui dinosauri destinati al grande pubblico.
Iniziò così quello che oggi è a volte definito "il Rinascimento dei dinosauri".
Ma c'è un problema. Ed è capire se e come questi nuovi dati scientifici, solidamente verificati e oggi condivisi dalla quasi totalità degli studiosi, vengono divulgati e accolti nella conoscenza comune.
Prendiamo ad esempio un'immagine classica: il Triceratops contro il T-Rex, le lunghe corna dell'erbivoro corazzato contro l'enorme bocca irta di denti del grande carnivoro.
Di solito si pensa che il Triceratops avrebbe potuto facilmente difendersi, e che almeno in qualche caso avrebbe vinto il confronto, sbudellando il T-rex e squarciandogli la pancia.
Ma gli studi sulle ossa del Triceratops e degli altri dinosauri cornuti hanno dimostrato che le corna erano troppo fragili per reggere ad un simile impatto. In altre parole, se il Triceratops avesse cercato di incornare il T-Rex le sue corna si sarebbero spezzate, lasciandolo del tutto indifeso.
Il confronto con gli animali odierni, che si sono evoluti occupando gli ambienti e assumendo gli stili di vita che erano stati dei dinosauri, ha portato a capire che, con ogni probabilità, le corna avessero più che altro un ruolo nelle lotte all'interno del branco, per il predominio di un maschio dominante e il suo diritto ad accoppiarsi con le femmine: esattamente come fanno oggi i cervi. Costituivano un apparato molto scenografico, un po' come la ruota del pavone, ma di poca utilità pratica.
Questo piccolo esempio mostra la tendenza, necessaria ma non per questo corretta, a mantenere in vita certe immagini per conservare l'attenzione del pubblico. Necessaria perché anche i paleontologi, come tutti gli studiosi, hanno un bisogno continuo e pressante di finanziamenti: e l'unico modo per ottenere i soldi è fare degli annunci roboanti, che almeno per qualche tempo attraggano gli sguardi di tutti sul loro lavoro.
Quando venne studiato con attenzione lo Spinosaurus - il carnivoro protagonista del terzo film della saga di Jurassic Park, caratterizzato dal lungo muso da coccodrillo e dalla vela sulla schiena - ci si affrettò a presentarlo al pubblico come "più grande del T-Rex !" : e anche nel film lo si mostra mentre sconfigge, con estrema facilità tra l'altro, il "re dei dinosauri".
Ma, in questo come in altri casi, i dati sono falsati. O meglio, vengono divulgati solo quelli che possono risultare sensazionali (e comprensibili al più vasto pubblico possibile): tutto per evitare la noia.
Lo Spinosaurus era effettivamente più grande del T-Rex, ma solo in lunghezza, e solo di uno o due metri al massimo. La sua struttura fisica era molto più snella e leggera, le sue mascelle molto più deboli, perché adatte - secondo gli studiosi - ad afferrare i pesci dei fiumi africani dove viveva, non certo a strappare enormi tranci di carne dalla schiena di indifesi erbivori. E' probabile che si nutrisse anche di carogne - il muso lungo era adattissimo per frugare in una carcassa - ed è verosimile che quando incontrava un altro carnivoro - nell'Africa dei dinosauri ce n'erano parecchi, molti dei quali grandi e feroci come il T-Rex - fuggisse a zampe levate, perché in un confronto avrebbe avuto la peggio.
Siamo quindi, nei due casi citati come in altri, di fronte ad un problema di "verità parziale", la cui diffusione sbagliata, spesso volutamente (anche se come abbiamo visto per motivi che possono essere condivisibili) porta alla nascita di vere e proprie "bufale" (o fake news, se preferite).
Nella prossima puntata parleremo ancora di dinosauri, concentrandoci sul tema che da sempre attira l'attenzione di tutti: la loro estinzione.
Saluti dal Mesozoico !
lunedì 22 maggio 2017
Il XXX Salone del Libro di Torino (18-22 Maggio 2017)
E dunque anche quest'anno il Salone è arrivato, si è svolto e si è concluso.
Su questo stesso blog, in data 27 Luglio 2016, ho voluto fare il punto di quella che era, allora, la situazione.
Oggi confermo in buona parte quanto scritto allora, tranne ciò che è stato inevitabilmente superato dagli eventi.
Il sorpasso di Milano su Torino non c'è stato, e i motivi sono ormai noti, quindi non starò a ripeterli.
Ma non c'è stato nemmeno l'auspicato rinnovamento del Salone di Torino.
Oh sì, non si applica più la formula del "Paese ospite", che prevedeva ogni anno una diversa nazione straniera invitata a presentare la propria letteratura. Però c'era un grande spazio dedicato alla Romania, scelta facile visti i molti legami che la uniscono all'Italia.
Oh sì, mancavano i mega-stand dei mega-editori, ovvero Mondadori e Adelphi, essenzialmente. Questo ha permesso di creare qualche spazio comune in più, ma la collocazione degli altri è rimasta quasi ovunque la stessa, solita, consueta e conosciuta.
Ma per il resto la formula è stata ripetuta identica, immutata, immota.
Di diverso c'è che si chiude alle 20 e non alle 22. Questo ha senso, in fondo era solo un tirare avanti fino alle dieci di sera, senza una reale utilità o riscontro.
L'organizzazione io l'ho trovata, quest'anno e come sempre, se non perfetta certo molto ben funzionante. I ragazzi e le ragazze, guarda caso tutti giovani e di bella presenza, erano dislocati nei punti informativi, presso le varie sale, a supporto dei vari eventi. Gentili con tutti, decisi quando era il caso, professionali sempre.
All'ingresso si è dovuto, come già l'anno scorso, sottoporsi alla perquisizione da parte delle forze dell'ordine: questo è, purtroppo, un pegno da pagare all'insicurezza dei tempi in cui viviamo.
Rimangono da migliorare certe criticità che il Salone si trascina dietro da anni, e che finora non sono state assolutamente affrontate :
- solo le grandi sale sono completamente insonorizzate, mentre gli altri spazi sono aperti; se nello stand vicino è in corso un evento molto rumoroso, con musica e microfoni ad alto volume, è molto difficile riuscire a sentire le parole dell'incontro che si sta seguendo.
- le sale piccole sono sempre gravemente insufficienti per il pubblico che ospitano.
- i punti di ristoro approfittano biecamente della loro posizione, vendendo a caro prezzo un semplice toast e un po' d'acqua. Inoltre la qualità dei cibi lascia assai a desiderare. Meglio portarsi cibo e acqua da casa.
- personalmente non ho seguito gli eventi del cosiddetto Salone Off, diffusi in giro per la città, né l'ho mai fatto negli anni passati, Ho sempre pensato si tratti di una perdita di tempo e di risorse che potrebbero essere meglio impiegati, l'uno e le altre, nel Salone stesso. In fondo non ha importanza se, per 5 giorni all'anno, la vita culturale in giro per la città si ferma, concentrandosi tutta al Salone: la cosa fondamentale è che sia presente, in maniera diffusa, (quindi anche nelle famose periferie, e non solo nel centro glamour) per gli altri 360 giorni.
Insomma, il "nuovo" Salone del Libro non è affatto nuovo. Tutto o quasi è uguale a prima. Come detto, si nota giusto l'assenza dei grandi e grandissimi Editori, ma in fondo non è una grande perdita.
Nicola La Gioia, scrittore e nuovo Direttore, ha senz'altro compiuto un grande miracolo (pari al sesto scudetto di fila della Juve !) e ha portato fuori il Salone dalle terribili prove e tempeste affrontate nel corso dell'anno passato.
Se però vuole davvero rifondare il Salone, dare un nuovo impulso, ripartire da un nuovo inizio, beh, c'è parecchio (anzi, tutto) da fare, da lavorare, da inventare.
Su questo stesso blog, in data 27 Luglio 2016, ho voluto fare il punto di quella che era, allora, la situazione.
Oggi confermo in buona parte quanto scritto allora, tranne ciò che è stato inevitabilmente superato dagli eventi.
Il sorpasso di Milano su Torino non c'è stato, e i motivi sono ormai noti, quindi non starò a ripeterli.
Ma non c'è stato nemmeno l'auspicato rinnovamento del Salone di Torino.
Oh sì, non si applica più la formula del "Paese ospite", che prevedeva ogni anno una diversa nazione straniera invitata a presentare la propria letteratura. Però c'era un grande spazio dedicato alla Romania, scelta facile visti i molti legami che la uniscono all'Italia.
Oh sì, mancavano i mega-stand dei mega-editori, ovvero Mondadori e Adelphi, essenzialmente. Questo ha permesso di creare qualche spazio comune in più, ma la collocazione degli altri è rimasta quasi ovunque la stessa, solita, consueta e conosciuta.
Ma per il resto la formula è stata ripetuta identica, immutata, immota.
Di diverso c'è che si chiude alle 20 e non alle 22. Questo ha senso, in fondo era solo un tirare avanti fino alle dieci di sera, senza una reale utilità o riscontro.
L'organizzazione io l'ho trovata, quest'anno e come sempre, se non perfetta certo molto ben funzionante. I ragazzi e le ragazze, guarda caso tutti giovani e di bella presenza, erano dislocati nei punti informativi, presso le varie sale, a supporto dei vari eventi. Gentili con tutti, decisi quando era il caso, professionali sempre.
All'ingresso si è dovuto, come già l'anno scorso, sottoporsi alla perquisizione da parte delle forze dell'ordine: questo è, purtroppo, un pegno da pagare all'insicurezza dei tempi in cui viviamo.
Rimangono da migliorare certe criticità che il Salone si trascina dietro da anni, e che finora non sono state assolutamente affrontate :
- solo le grandi sale sono completamente insonorizzate, mentre gli altri spazi sono aperti; se nello stand vicino è in corso un evento molto rumoroso, con musica e microfoni ad alto volume, è molto difficile riuscire a sentire le parole dell'incontro che si sta seguendo.
- le sale piccole sono sempre gravemente insufficienti per il pubblico che ospitano.
- i punti di ristoro approfittano biecamente della loro posizione, vendendo a caro prezzo un semplice toast e un po' d'acqua. Inoltre la qualità dei cibi lascia assai a desiderare. Meglio portarsi cibo e acqua da casa.
- personalmente non ho seguito gli eventi del cosiddetto Salone Off, diffusi in giro per la città, né l'ho mai fatto negli anni passati, Ho sempre pensato si tratti di una perdita di tempo e di risorse che potrebbero essere meglio impiegati, l'uno e le altre, nel Salone stesso. In fondo non ha importanza se, per 5 giorni all'anno, la vita culturale in giro per la città si ferma, concentrandosi tutta al Salone: la cosa fondamentale è che sia presente, in maniera diffusa, (quindi anche nelle famose periferie, e non solo nel centro glamour) per gli altri 360 giorni.
Insomma, il "nuovo" Salone del Libro non è affatto nuovo. Tutto o quasi è uguale a prima. Come detto, si nota giusto l'assenza dei grandi e grandissimi Editori, ma in fondo non è una grande perdita.
Nicola La Gioia, scrittore e nuovo Direttore, ha senz'altro compiuto un grande miracolo (pari al sesto scudetto di fila della Juve !) e ha portato fuori il Salone dalle terribili prove e tempeste affrontate nel corso dell'anno passato.
Se però vuole davvero rifondare il Salone, dare un nuovo impulso, ripartire da un nuovo inizio, beh, c'è parecchio (anzi, tutto) da fare, da lavorare, da inventare.
venerdì 23 settembre 2016
Brad, Angelina e gli altri VIP
E' di questi giorni la notizia del divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie. Una coppia che non ha bisogno di presentazioni.
Come in tutte le coppie ora inizierà la battaglia legale per i figli, ci saranno accuse reciproche, sospetti di tradimento, richieste economiche.
Un film già visto.
Un film che viene trasmesso in molte case, protagonisti attori del tutto sconosciuti, che non avranno mai un volto, una voce, una richiesta di autografi, uno stipendio miliardario.
Noi, insomma. Le persone normali.
Se non altro il buon vecchio Brad i figli, fra naturali e adottati, li ha avuti tutti con Angelina.
Ma c'è chi i figli li ha da partner diversi : mi viene in mente la nostra Alessia Marcuzzi, due figli di cui uno da Simone Inzaghi e l'altro da Francesco Facchinetti (almeno, così era l'ultima volta che ne ho sentito parlare, poi non so se nel frattempo ne ha avuti altri con nuovi compagni : per informazioni bibliografiche consultare le annate recenti di Novella 2000 e riviste del settore).
Naturalmente questo capita anche nelle famiglie comuni, non famose, non-VIP.
Qui io non voglio difendere la famiglia tradizionale, concetto del resto ormai superato da ben prima dell' "esplosione", per così dire, dei diritti rivendicati dalle persone GLBT (universo, questo, di cui parleremo in un successivo post).
Voglio invece parlare del comportamento dei VIP, siano essi attori, cantanti, calciatori o altro, e del fatto che le persone normali si identifichino in loro, elevandoli a modelli.
Io credo, forse ingenuamente, che quando una persona diventa famosa debba rendersi conto (possibilmente in modo autonomo, ma va bene anche se a dirglielo è qualcuno dell'entourage) che da quel momento in avanti diventerà, per le persone comuni, un modello da ammirare e imitare.
Credo che il novello VIP debba sempre tenere ben presente da dove viene, non dimenticarsi le sue origini, le sue radici. Ricordare che, al di fuori delle belle case, delle auto sportive, degli alberghi a sei stelle, delle barche, delle feste esclusive, c'è il mondo vero da cui lui/lei proviene.
Spesso i VIP si impegnano in cause umanitarie - vedi la stessa Angelina Jolie che è ambasciatrice dell'ONU, o Shakira che ha istituito la fondazione Pies Descalzos per aiutare i bambini poveri del Sudamerica - mettono il loro nome e il loro volto in campagne dai buoni propositi, fanno donazioni e così via :
non metto in dubbio che, in qualche caso, il loro sia un interesse sincero, dettato da veri sentimenti ;
ma in quanti altri casi questo impegno è loro imposto da esperti di marketing, che ben sanno quanto una foto vicino al bambino africano o all'animale maltrattato rappresenti un'impennata di popolarità, e quindi di soldi, di contratti, di affari (i quali si riverberano a catena dal VIP a tutti coloro che ne organizzano la vita, costruiscono il suo personaggio, la sua carriera, il suo successo) ?
In Italia abbiamo, ormai da anni, l'accoppiata calciatori/veline. Lui guadagna in popolarità portandosi a letto, ed eventualmente sposando, una bella ragazza. Lei, spentesi le luci della ribalta, conserva un po' di quel luccichio facendosi vedere accanto a lui (è un fatto che molte tra le ultime veline passate sul bancone di Striscia La Notizia sarebbero state immediatamente dimenticate se non avessero sposato/frequentato calciatori).
In America un/una giovane cantante o attore/attrice, appena raggiunge il successo, giura che mai lascerà il partner storico, il fidanzato/a di sempre, che non si farà cambiare dalla stratosferica fama raggiunta...salvo poi iniziare a frequentare colleghi e colleghe del nuovo mondo dorato e, combinazione, lasciare il vecchio partner non glamour per dare il via a una girandola di amori e amorazzi con altri VIP, non necessariamente dello stesso settore lavorativo (vedi ad esempio la coppia, ormai anch'essa scoppiata, tra Gwineth Paltrow e Chris Martin, attrice lei e cantante lui) ma sempre obbligatoriamente famosi.
E se ogni tanto la popolarità sembra appannarsi basta annunciare di aver avuto una relazione con un partner dello stesso stesso (che sia vero o no poco importa), o anche solo limitarsi a dire "Mi piacerebbe averla", che subito gli indici risalgono di nuovo. Naturalmente anche questa è, quasi sempre, una mossa pianificata dagli esperti di marketing.
In Italia i calciatori, ovvero i VIP più VIP di tutti i VIP, sono nella stragrande maggioranza dei casi degli ignoranti cosmici. Inevitabile, dal momento che si sono dedicati fin da giovani alla carriera sportiva. Però è veramente squallido sentirli parlare nelle interviste, vederli in difficoltà nel mettere due parole in fila, ripetere come un mantra "Abbiamo fatto bene". Di solito si rendono conto che carriera, fama e guadagni dureranno poco, ma non sanno pianificare il proprio futuro, né hanno gli strumenti per farlo. Così una volta appese le scarpette al chiodo spesso perdono molti soldi in investimenti sbagliati e vivacchiano come commentatori televisivi o con ruoli dirigenziali nell'ultima società per la quale hanno giocato (perché naturalmente ne hanno cambiate molte, troppe : i giocatori-bandiera non esistono più, l'ultimo è Totti) : lavori che sanno tanto di elemosina, di pietà, di concessione, anche se magari con uno stipendio di tutto rispetto.
In America, considerando sia i cantanti sia gli attori, ci sono molti VIP che, invece, una testa ce l'hanno e la sanno usare. Tra i primi possiamo citare : Beyoncé, una vera macchina da guerra ; Lady Gaga, che ha ben imparato la lezione di Madonna, di cui è la vera erede ; e la stessa Madonna, la cui stella si è offuscata semplicemente per raggiunti limiti di età ma che rimane l'esempio a cui tutte le nuove generazioni guardano con rispetto.
Naturalmente c'è anche chi, diventato ricco e famoso troppo giovane e troppo in fretta, si è bruciato. Il caso più celebre è Britney Spears, nota ormai più per le vicende giudiziarie e per le intemperanze fisiche che non per le canzoni, per altro già non memorabili.
E molti, dopo la breve stagione del successo, finiscono a cantare nei casinò di Las Vegas, ultima fermata prima dell'oblio.
Quanto agli attori, non si può non citare Sharon Stone, nota ai più per la celebre scena di Basic Instict e che invece fa parte del MENSA, l'associazione internazionale di persone con un Quoziente Intellettivo superiore alla media.
Insomma, i VIP, nostrani e internazionali, sono in fondo come noi. Alcuni più brillanti, altri nella media, altri decisamente poco intelligenti. Alcuni seri e posati, altri eccessivi. Alcuni felici all'interno del matrimonio, altri fedifraghi.
In più di noi hanno solo i soldi, che però a ben vedere si meritano tutti :
ad accomunare attori, calciatori e cantanti (ma anche scrittori, registi, stilisti) infatti è il talento, che è un dono innato, e quindi non invidiabile. O ce l'hai o non ce l'hai.
Il talento va coltivato, sviluppato, indirizzato. Tutti hanno lavorato duro per arrivare dove sono. Può darsi il caso del colpo di fortuna, del produttore cinematografico che vede una cameriera e decide di farne un'attrice, ma personalmente ritengo che sia soprattutto un mito.
Fanno forse eccezione i volti televisivi (italiani almeno, non so come sia in altri Paesi) : lì sì che per sfondare ci vuole fortuna, ci vogliono compromessi, ci vogliono accordi sottobanco. Parlo naturalmente di conduttori e soubrette varie, non dei giornalisti, i quali svolgono un mestiere che per la sua particolare natura prevede di mostrare il loro viso : ma per un mezzobusto del TG, uomo o donna che sia, ci sono migliaia di colleghi della carta stampata noti, se va bene, per il nome ma altrimenti invisibili.
Voler imitare i VIP dovrebbe significare mettersi d'impegno come hanno fatto loro, non scimmiottarli con pettinature, tatuaggi, vestiti.
Dovrebbe significare osservarli per capire i loro errori, che sono gli stessi nostri, non sognare il loro stile di vita.
Dovrebbe significare imitare i loro comportamenti virtuosi e condannare quelli sbagliati, che di nuovo sono gli stessi nostri, non avere il loro poster in camera.
E i VIP dovrebbero rendersi conto che, rappresentando un modello per molti, devono necessariamente porre maggiore attenzione ai propri comportamenti, alle proprie parole, alle proprie reazioni.
E' il prezzo della fama.
Ed è giusto pagarlo : se hai ricevuto tutto non puoi non dare indietro niente.
Come in tutte le coppie ora inizierà la battaglia legale per i figli, ci saranno accuse reciproche, sospetti di tradimento, richieste economiche.
Un film già visto.
Un film che viene trasmesso in molte case, protagonisti attori del tutto sconosciuti, che non avranno mai un volto, una voce, una richiesta di autografi, uno stipendio miliardario.
Noi, insomma. Le persone normali.
Se non altro il buon vecchio Brad i figli, fra naturali e adottati, li ha avuti tutti con Angelina.
Ma c'è chi i figli li ha da partner diversi : mi viene in mente la nostra Alessia Marcuzzi, due figli di cui uno da Simone Inzaghi e l'altro da Francesco Facchinetti (almeno, così era l'ultima volta che ne ho sentito parlare, poi non so se nel frattempo ne ha avuti altri con nuovi compagni : per informazioni bibliografiche consultare le annate recenti di Novella 2000 e riviste del settore).
Naturalmente questo capita anche nelle famiglie comuni, non famose, non-VIP.
Qui io non voglio difendere la famiglia tradizionale, concetto del resto ormai superato da ben prima dell' "esplosione", per così dire, dei diritti rivendicati dalle persone GLBT (universo, questo, di cui parleremo in un successivo post).
Voglio invece parlare del comportamento dei VIP, siano essi attori, cantanti, calciatori o altro, e del fatto che le persone normali si identifichino in loro, elevandoli a modelli.
Io credo, forse ingenuamente, che quando una persona diventa famosa debba rendersi conto (possibilmente in modo autonomo, ma va bene anche se a dirglielo è qualcuno dell'entourage) che da quel momento in avanti diventerà, per le persone comuni, un modello da ammirare e imitare.
Credo che il novello VIP debba sempre tenere ben presente da dove viene, non dimenticarsi le sue origini, le sue radici. Ricordare che, al di fuori delle belle case, delle auto sportive, degli alberghi a sei stelle, delle barche, delle feste esclusive, c'è il mondo vero da cui lui/lei proviene.
Spesso i VIP si impegnano in cause umanitarie - vedi la stessa Angelina Jolie che è ambasciatrice dell'ONU, o Shakira che ha istituito la fondazione Pies Descalzos per aiutare i bambini poveri del Sudamerica - mettono il loro nome e il loro volto in campagne dai buoni propositi, fanno donazioni e così via :
non metto in dubbio che, in qualche caso, il loro sia un interesse sincero, dettato da veri sentimenti ;
ma in quanti altri casi questo impegno è loro imposto da esperti di marketing, che ben sanno quanto una foto vicino al bambino africano o all'animale maltrattato rappresenti un'impennata di popolarità, e quindi di soldi, di contratti, di affari (i quali si riverberano a catena dal VIP a tutti coloro che ne organizzano la vita, costruiscono il suo personaggio, la sua carriera, il suo successo) ?
In Italia abbiamo, ormai da anni, l'accoppiata calciatori/veline. Lui guadagna in popolarità portandosi a letto, ed eventualmente sposando, una bella ragazza. Lei, spentesi le luci della ribalta, conserva un po' di quel luccichio facendosi vedere accanto a lui (è un fatto che molte tra le ultime veline passate sul bancone di Striscia La Notizia sarebbero state immediatamente dimenticate se non avessero sposato/frequentato calciatori).
In America un/una giovane cantante o attore/attrice, appena raggiunge il successo, giura che mai lascerà il partner storico, il fidanzato/a di sempre, che non si farà cambiare dalla stratosferica fama raggiunta...salvo poi iniziare a frequentare colleghi e colleghe del nuovo mondo dorato e, combinazione, lasciare il vecchio partner non glamour per dare il via a una girandola di amori e amorazzi con altri VIP, non necessariamente dello stesso settore lavorativo (vedi ad esempio la coppia, ormai anch'essa scoppiata, tra Gwineth Paltrow e Chris Martin, attrice lei e cantante lui) ma sempre obbligatoriamente famosi.
E se ogni tanto la popolarità sembra appannarsi basta annunciare di aver avuto una relazione con un partner dello stesso stesso (che sia vero o no poco importa), o anche solo limitarsi a dire "Mi piacerebbe averla", che subito gli indici risalgono di nuovo. Naturalmente anche questa è, quasi sempre, una mossa pianificata dagli esperti di marketing.
In Italia i calciatori, ovvero i VIP più VIP di tutti i VIP, sono nella stragrande maggioranza dei casi degli ignoranti cosmici. Inevitabile, dal momento che si sono dedicati fin da giovani alla carriera sportiva. Però è veramente squallido sentirli parlare nelle interviste, vederli in difficoltà nel mettere due parole in fila, ripetere come un mantra "Abbiamo fatto bene". Di solito si rendono conto che carriera, fama e guadagni dureranno poco, ma non sanno pianificare il proprio futuro, né hanno gli strumenti per farlo. Così una volta appese le scarpette al chiodo spesso perdono molti soldi in investimenti sbagliati e vivacchiano come commentatori televisivi o con ruoli dirigenziali nell'ultima società per la quale hanno giocato (perché naturalmente ne hanno cambiate molte, troppe : i giocatori-bandiera non esistono più, l'ultimo è Totti) : lavori che sanno tanto di elemosina, di pietà, di concessione, anche se magari con uno stipendio di tutto rispetto.
In America, considerando sia i cantanti sia gli attori, ci sono molti VIP che, invece, una testa ce l'hanno e la sanno usare. Tra i primi possiamo citare : Beyoncé, una vera macchina da guerra ; Lady Gaga, che ha ben imparato la lezione di Madonna, di cui è la vera erede ; e la stessa Madonna, la cui stella si è offuscata semplicemente per raggiunti limiti di età ma che rimane l'esempio a cui tutte le nuove generazioni guardano con rispetto.
Naturalmente c'è anche chi, diventato ricco e famoso troppo giovane e troppo in fretta, si è bruciato. Il caso più celebre è Britney Spears, nota ormai più per le vicende giudiziarie e per le intemperanze fisiche che non per le canzoni, per altro già non memorabili.
E molti, dopo la breve stagione del successo, finiscono a cantare nei casinò di Las Vegas, ultima fermata prima dell'oblio.
Quanto agli attori, non si può non citare Sharon Stone, nota ai più per la celebre scena di Basic Instict e che invece fa parte del MENSA, l'associazione internazionale di persone con un Quoziente Intellettivo superiore alla media.
Insomma, i VIP, nostrani e internazionali, sono in fondo come noi. Alcuni più brillanti, altri nella media, altri decisamente poco intelligenti. Alcuni seri e posati, altri eccessivi. Alcuni felici all'interno del matrimonio, altri fedifraghi.
In più di noi hanno solo i soldi, che però a ben vedere si meritano tutti :
ad accomunare attori, calciatori e cantanti (ma anche scrittori, registi, stilisti) infatti è il talento, che è un dono innato, e quindi non invidiabile. O ce l'hai o non ce l'hai.
Il talento va coltivato, sviluppato, indirizzato. Tutti hanno lavorato duro per arrivare dove sono. Può darsi il caso del colpo di fortuna, del produttore cinematografico che vede una cameriera e decide di farne un'attrice, ma personalmente ritengo che sia soprattutto un mito.
Fanno forse eccezione i volti televisivi (italiani almeno, non so come sia in altri Paesi) : lì sì che per sfondare ci vuole fortuna, ci vogliono compromessi, ci vogliono accordi sottobanco. Parlo naturalmente di conduttori e soubrette varie, non dei giornalisti, i quali svolgono un mestiere che per la sua particolare natura prevede di mostrare il loro viso : ma per un mezzobusto del TG, uomo o donna che sia, ci sono migliaia di colleghi della carta stampata noti, se va bene, per il nome ma altrimenti invisibili.
Voler imitare i VIP dovrebbe significare mettersi d'impegno come hanno fatto loro, non scimmiottarli con pettinature, tatuaggi, vestiti.
Dovrebbe significare osservarli per capire i loro errori, che sono gli stessi nostri, non sognare il loro stile di vita.
Dovrebbe significare imitare i loro comportamenti virtuosi e condannare quelli sbagliati, che di nuovo sono gli stessi nostri, non avere il loro poster in camera.
E i VIP dovrebbero rendersi conto che, rappresentando un modello per molti, devono necessariamente porre maggiore attenzione ai propri comportamenti, alle proprie parole, alle proprie reazioni.
E' il prezzo della fama.
Ed è giusto pagarlo : se hai ricevuto tutto non puoi non dare indietro niente.
martedì 20 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte terza
Abbiamo chiuso la seconda parte domandandoci se gli esseri umani si siano evoluti rispetto ai tempi preistorici o se, fatti salvi i cambiamenti tecnologici e sociali, siamo in fondo sempre gli stessi.
Di sicuro abbiamo sviluppato il LINGUAGGIO. Ma non siamo stati i soli, come vedremo tra poco.
Infatti che cos'è il linguaggio ? Un insieme di suoni, variamente combinati, che servono a vari scopi :
sottolineare le emozioni
esprimere i concetti
indicare con precisione gli oggetti
comunicare con gli altri appartenenti al gruppo
Nessuno di questi usi del linguaggio è esclusivo o tipico degli esseri umani. Né lo è il linguaggio stesso : ogni specie animale ne ha uno, dal "canto" delle balene ai latrati dei cani, dalle strida degli uccelli agli schiocchi dei delfini.
Esistono anche linguaggi non basati sull'emissione di suoni. Le formiche ad esempio comunicano attraverso uno scambio di informazioni chimiche. Le api comunicano con il movimento (la "danza" di un'ape serve per indicare alle compagne dove si trova una fonte di cibo, la distanza e la direzione rispetto al favo).
Non dobbiamo dunque pensare che solo per il fatto di parlare, di produrre suoni articolati, siamo superiori agli altri animali. Quello umano è solo uno dei possibili linguaggi. Se non siamo in grado di capire i linguaggi delle altre specie, questo non vuol dire che non esistano.
Bisogna dunque abbandonare la prospettiva antropocentrica che ci accompagna ormai da svariati millenni.
L'uomo non è la creatura perfetta, né l'ultimo e definitivo anello dell'evoluzione.
Non siamo i padroni del mondo, al contrario : la Natura ci dimostra spesso e volentieri come, nonostante tutta la nostra tecnologia e la nostra (supposta) intelligenza, siamo sempre in balia delle sue decisioni e dei suoi cambi d'umore.
In cosa allora ci siamo evoluti rispetto ai tempi preistorici ?
L'aumento delle dimensioni del cervello, e quindi l'accrescimento dell'intelligenza, ci distingue dai nostri lontani progenitori.
Ma chi ci dice che anche altri animali non possano percorrere il nostro stesso cammino ?
(se ne avranno il tempo, naturalmente, e non si estingueranno prima : estinzione che sarà, o sarebbe, causata proprio da noi)
Gli animali, lo abbiamo visto, devono risolvere pochi e fondamentali bisogni :
procurarsi il cibo - sopravvivere ai predatori - accoppiarsi e riprodursi
E noi non facciamo forse lo stesso ? Abbiamo inventato la cultura e la società per ricoprire con una patina di (finta) ragione e di (finta) morale queste basilari necessità biologiche.
Abbiamo inventato l'amore per sopportare la fatica fisica di cercarci un partner, corteggiarlo, allontanare i rivali e infine consumare il rapporto sessuale.
Infine abbiamo inventato la religione, perché ci sembrava impossibile che la vita, la nostra vita, che crediamo preziosa, impareggiabile, magnifica, fosse solo un susseguirsi di atti dettati dall'istinto.
Ecco dunque qual è il nostro posto nel mondo. Siamo animali tra gli animali, e come gli altri siamo guidati dall'istinto e sottoposti alle decisioni della Natura.
Una banalità, certo. Ma proprio perché è tale, perché la riteniamo ovvia, non ci pensiamo più, la liquidiamo con una scrollata di spalle.
Crediamo di aver imbrigliato le forze della Natura, di poterle usare per i nostri scopi (civili o bellici che siano), di essere al di sopra delle sue leggi, della sua volontà, dei suoi mutamenti.
Non è così.
Si può discutere se la NOSTRA ESTINZIONE avverrà per mano della Natura o se saremo noi stessi a porre fine alla nostra esistenza come specie.
Ma di una cosa possiamo essere certi : anche per noi, come per gli esseri viventi che ci hanno preceduto e che parevano dominare la Terra, un giorno arriverà la parola...
FINE.
Di sicuro abbiamo sviluppato il LINGUAGGIO. Ma non siamo stati i soli, come vedremo tra poco.
Infatti che cos'è il linguaggio ? Un insieme di suoni, variamente combinati, che servono a vari scopi :
sottolineare le emozioni
esprimere i concetti
indicare con precisione gli oggetti
comunicare con gli altri appartenenti al gruppo
Nessuno di questi usi del linguaggio è esclusivo o tipico degli esseri umani. Né lo è il linguaggio stesso : ogni specie animale ne ha uno, dal "canto" delle balene ai latrati dei cani, dalle strida degli uccelli agli schiocchi dei delfini.
Esistono anche linguaggi non basati sull'emissione di suoni. Le formiche ad esempio comunicano attraverso uno scambio di informazioni chimiche. Le api comunicano con il movimento (la "danza" di un'ape serve per indicare alle compagne dove si trova una fonte di cibo, la distanza e la direzione rispetto al favo).
Non dobbiamo dunque pensare che solo per il fatto di parlare, di produrre suoni articolati, siamo superiori agli altri animali. Quello umano è solo uno dei possibili linguaggi. Se non siamo in grado di capire i linguaggi delle altre specie, questo non vuol dire che non esistano.
Bisogna dunque abbandonare la prospettiva antropocentrica che ci accompagna ormai da svariati millenni.
L'uomo non è la creatura perfetta, né l'ultimo e definitivo anello dell'evoluzione.
Non siamo i padroni del mondo, al contrario : la Natura ci dimostra spesso e volentieri come, nonostante tutta la nostra tecnologia e la nostra (supposta) intelligenza, siamo sempre in balia delle sue decisioni e dei suoi cambi d'umore.
In cosa allora ci siamo evoluti rispetto ai tempi preistorici ?
L'aumento delle dimensioni del cervello, e quindi l'accrescimento dell'intelligenza, ci distingue dai nostri lontani progenitori.
Ma chi ci dice che anche altri animali non possano percorrere il nostro stesso cammino ?
(se ne avranno il tempo, naturalmente, e non si estingueranno prima : estinzione che sarà, o sarebbe, causata proprio da noi)
Gli animali, lo abbiamo visto, devono risolvere pochi e fondamentali bisogni :
procurarsi il cibo - sopravvivere ai predatori - accoppiarsi e riprodursi
E noi non facciamo forse lo stesso ? Abbiamo inventato la cultura e la società per ricoprire con una patina di (finta) ragione e di (finta) morale queste basilari necessità biologiche.
Abbiamo inventato l'amore per sopportare la fatica fisica di cercarci un partner, corteggiarlo, allontanare i rivali e infine consumare il rapporto sessuale.
Infine abbiamo inventato la religione, perché ci sembrava impossibile che la vita, la nostra vita, che crediamo preziosa, impareggiabile, magnifica, fosse solo un susseguirsi di atti dettati dall'istinto.
Ecco dunque qual è il nostro posto nel mondo. Siamo animali tra gli animali, e come gli altri siamo guidati dall'istinto e sottoposti alle decisioni della Natura.
Una banalità, certo. Ma proprio perché è tale, perché la riteniamo ovvia, non ci pensiamo più, la liquidiamo con una scrollata di spalle.
Crediamo di aver imbrigliato le forze della Natura, di poterle usare per i nostri scopi (civili o bellici che siano), di essere al di sopra delle sue leggi, della sua volontà, dei suoi mutamenti.
Non è così.
Si può discutere se la NOSTRA ESTINZIONE avverrà per mano della Natura o se saremo noi stessi a porre fine alla nostra esistenza come specie.
Ma di una cosa possiamo essere certi : anche per noi, come per gli esseri viventi che ci hanno preceduto e che parevano dominare la Terra, un giorno arriverà la parola...
FINE.
venerdì 16 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte seconda
Abbiamo concluso la prima parte con una domanda :
qual è la caratteristica che ci rende diversi dagli altri animali ? (attenzione, ho detto diversi, NON "superiori")
Lo sviluppo di un pollice opponibile negli arti anteriori, ormai affrancati dal compito di sostenere il corpo, può essere una parziale risposta.
Va detto che non siamo stati i primi organismi a possederlo : i più recenti studi sui dinosauri, che hanno completamente trasformato l'idea che gli studiosi in primis, e poi il grande pubblico, avevano dei rettili preistorici fino a pochi anni fa, hanno riscontrato la presenza di questa caratteristica biologica in alcune specie, già note tra l'altro per essere significativamente più intelligenti rispetto alle altre (sebbene l'idea dei dinosauri come lucertoloni stupidi e lenti sia del tutto falsa e dimostrata come tale già da tempo).
Ma fu una specie di Primati a sfruttare questa caratteristica per un uso nuovo.
L' Australopithecus è ancora oggi considerato il più antico antenato degli esseri umani moderni. L'albero genealogico della nostra specie si è ampliato, arricchito e complicato molto rispetto ai pochi nomi che troviamo su ogni libro di scuola, ma in linea generale la successione classica può essere considerata ancora valida.
Siamo, è bene ricordarlo, nel cuore dell'Africa. La paleoantropologia ritiene probabile che l' Australopithecus usasse pietre e bastoni per difendersi dai predatori, o anche per spaventarli e costringerli ad abbandonare le prede appena uccise. A quell'epoca i nostri antenati non erano ancora in grado di cacciare in proprio, e quindi dovevano accontentarsi degli avanzi degli altri. Quindi, nelle prime fasi della nostra esistenza, siamo stati animali spazzini, mangiatori di carogne né più né meno che gli avvoltoi, gli sciacalli e le iene (animali che ancora oggi ci fanno ribrezzo, al punto che le parole stesse che li definiscono hanno assunto, nel linguaggio, una connotazione dispregiativa : forse, in qualche modo, ci ricordiamo di quei tempi...).
Fin qui, comunque, non c'è ancora nulla che ci distingua in modo netto dagli altri animali. Molte altre specie usano oggetti particolari, come pietre o bastoni di varia grandezza, per procurarsi il cibo.
Citiamo tre casi divenuti molto famosi anche al di fuori della cerchia scientifica :
una specie di fringuello delle Isole Galapagos, scoperto e studiato nientemeno che da Darwin, raggiunge gli insetti di cui si nutre, nascosti nelle cavità degli alberi, infilzandoli con una spina che tiene col becco.
gli scimpanzé, quando vogliono nutrirsi di térmiti, prendono un bastoncino lungo e sottile, lo introducono nei termitai, poi lo estraggono e mangiano le térmiti rimaste attaccate. E varie altre specie di scimmie sono state osservate mentre usano pietre per rompere i gusci duri di frutti.
alcune specie di lontra usano delle pietre per rompere i gusci delle ostriche.
Fin qui, dunque, siamo in presenza di oggetti - pietre, bastoni, spine - che si trovano disponibili in natura. I processi cognitivi che permettono di immaginarne l'uso sono tipici, è vero, solo di alcune specie animali, ma non vi è ancora una differenza marcata.
Poi, sulla scena del mondo, comparve una nuova specie di Primate : l' Homo abilis.
Siamo sempre in Africa, e da lì non ci muoveremo ancora per parecchi milioni di anni. Questo nostro progenitore, il primo appartenente al nuovo genere "Homo", è chiamato abilis perché ha imparato a fare una cosa straordinaria, nuova, sconvolgente.
Se trova una pietra, non la usa così com'è, ma la trasforma. Battendola contro un'altra, la fa diventare appuntita, capace di tagliare, oltre che più comoda da essere tenuta in mano.
E' il primo caso di modifica dell'ambiente da parte di una specie animale.
Da qui, in appena un battito di ciglia (se rapportato ai tempi geologici del pianeta) arriviamo ai razzi per andare sulla Luna, alle bombe atomiche, ai computer.
Tutto è iniziato qui.
Ecco cosa ci rende davvero diversi (di nuovo, diversi, NON superiori) agli altri animali.
Gli animali, per sopravvivere, si adattano all'ambiente.
Gli esseri umani, per sopravvivere, adattano l'ambiente alle proprie necessità.
E' da qui che nasce la concezione, imperante ancora oggi, di una Natura che deve essere asservita, piegata, sottomessa ai voleri dell'essere umano, signore e padrone dell'intero pianeta.
La stessa concezione che ci fa costruire case vicino ai fiumi, non curandosi del fatto che possono straripare ("straripare" è parola migliore di "esondare", come ben disse Guccini).
La stessa concezione che ci fa parlare di "tragedie", come se alla Natura importasse dove abitiamo, cosa facciamo, come viviamo.
La stessa concezione che ci porta a lamentarci d'inverno perché fa freddo e d'estate perché fa caldo.
Gli esseri umani hanno cambiato il volto del pianeta Terra. E tutto è partito da quella pietra resa più aguzza.
Ma, da allora, cosa sono diventati gli uomini ? Sono cambiati, si sono evoluti o sono, in fondo, sempre gli stessi ?
Lo scopriremo nella prossima puntata !
qual è la caratteristica che ci rende diversi dagli altri animali ? (attenzione, ho detto diversi, NON "superiori")
Lo sviluppo di un pollice opponibile negli arti anteriori, ormai affrancati dal compito di sostenere il corpo, può essere una parziale risposta.
Va detto che non siamo stati i primi organismi a possederlo : i più recenti studi sui dinosauri, che hanno completamente trasformato l'idea che gli studiosi in primis, e poi il grande pubblico, avevano dei rettili preistorici fino a pochi anni fa, hanno riscontrato la presenza di questa caratteristica biologica in alcune specie, già note tra l'altro per essere significativamente più intelligenti rispetto alle altre (sebbene l'idea dei dinosauri come lucertoloni stupidi e lenti sia del tutto falsa e dimostrata come tale già da tempo).
Ma fu una specie di Primati a sfruttare questa caratteristica per un uso nuovo.
L' Australopithecus è ancora oggi considerato il più antico antenato degli esseri umani moderni. L'albero genealogico della nostra specie si è ampliato, arricchito e complicato molto rispetto ai pochi nomi che troviamo su ogni libro di scuola, ma in linea generale la successione classica può essere considerata ancora valida.
Siamo, è bene ricordarlo, nel cuore dell'Africa. La paleoantropologia ritiene probabile che l' Australopithecus usasse pietre e bastoni per difendersi dai predatori, o anche per spaventarli e costringerli ad abbandonare le prede appena uccise. A quell'epoca i nostri antenati non erano ancora in grado di cacciare in proprio, e quindi dovevano accontentarsi degli avanzi degli altri. Quindi, nelle prime fasi della nostra esistenza, siamo stati animali spazzini, mangiatori di carogne né più né meno che gli avvoltoi, gli sciacalli e le iene (animali che ancora oggi ci fanno ribrezzo, al punto che le parole stesse che li definiscono hanno assunto, nel linguaggio, una connotazione dispregiativa : forse, in qualche modo, ci ricordiamo di quei tempi...).
Fin qui, comunque, non c'è ancora nulla che ci distingua in modo netto dagli altri animali. Molte altre specie usano oggetti particolari, come pietre o bastoni di varia grandezza, per procurarsi il cibo.
Citiamo tre casi divenuti molto famosi anche al di fuori della cerchia scientifica :
una specie di fringuello delle Isole Galapagos, scoperto e studiato nientemeno che da Darwin, raggiunge gli insetti di cui si nutre, nascosti nelle cavità degli alberi, infilzandoli con una spina che tiene col becco.
gli scimpanzé, quando vogliono nutrirsi di térmiti, prendono un bastoncino lungo e sottile, lo introducono nei termitai, poi lo estraggono e mangiano le térmiti rimaste attaccate. E varie altre specie di scimmie sono state osservate mentre usano pietre per rompere i gusci duri di frutti.
alcune specie di lontra usano delle pietre per rompere i gusci delle ostriche.
Fin qui, dunque, siamo in presenza di oggetti - pietre, bastoni, spine - che si trovano disponibili in natura. I processi cognitivi che permettono di immaginarne l'uso sono tipici, è vero, solo di alcune specie animali, ma non vi è ancora una differenza marcata.
Poi, sulla scena del mondo, comparve una nuova specie di Primate : l' Homo abilis.
Siamo sempre in Africa, e da lì non ci muoveremo ancora per parecchi milioni di anni. Questo nostro progenitore, il primo appartenente al nuovo genere "Homo", è chiamato abilis perché ha imparato a fare una cosa straordinaria, nuova, sconvolgente.
Se trova una pietra, non la usa così com'è, ma la trasforma. Battendola contro un'altra, la fa diventare appuntita, capace di tagliare, oltre che più comoda da essere tenuta in mano.
E' il primo caso di modifica dell'ambiente da parte di una specie animale.
Da qui, in appena un battito di ciglia (se rapportato ai tempi geologici del pianeta) arriviamo ai razzi per andare sulla Luna, alle bombe atomiche, ai computer.
Tutto è iniziato qui.
Ecco cosa ci rende davvero diversi (di nuovo, diversi, NON superiori) agli altri animali.
Gli animali, per sopravvivere, si adattano all'ambiente.
Gli esseri umani, per sopravvivere, adattano l'ambiente alle proprie necessità.
E' da qui che nasce la concezione, imperante ancora oggi, di una Natura che deve essere asservita, piegata, sottomessa ai voleri dell'essere umano, signore e padrone dell'intero pianeta.
La stessa concezione che ci fa costruire case vicino ai fiumi, non curandosi del fatto che possono straripare ("straripare" è parola migliore di "esondare", come ben disse Guccini).
La stessa concezione che ci fa parlare di "tragedie", come se alla Natura importasse dove abitiamo, cosa facciamo, come viviamo.
La stessa concezione che ci porta a lamentarci d'inverno perché fa freddo e d'estate perché fa caldo.
Gli esseri umani hanno cambiato il volto del pianeta Terra. E tutto è partito da quella pietra resa più aguzza.
Ma, da allora, cosa sono diventati gli uomini ? Sono cambiati, si sono evoluti o sono, in fondo, sempre gli stessi ?
Lo scopriremo nella prossima puntata !
lunedì 12 settembre 2016
Il nostro posto nel mondo - parte prima
Terminate le ferie e passato anche l'anniversario dell' 11 Settembre, con i suoi articoli, i suoi commenti, le sue riflessioni uguali ogni anno, è tempo di riprendere il nostro viaggio.
Oggi voglio interrogarmi sul nostro posto nel mondo. Non come Italiani, né come Europei, né come Occidentali. Semplicemente come esseri umani.
Negli articoli dedicati alla violenza sulle donne ho parlato brevemente dei primordi della storia umana. Ora facciamo un altro passo indietro.
Provate a immaginare la Terra all'alba dei tempi. I primi organismi viventi, per nutrirsi, hanno adottato due strategie : cercare il cibo nell'ambiente o fare di altri organismi il loro cibo.
Siamo a circa 3,5 miliardi di anni fa. La Terra ha già un miliardo di anni. Da allora nulla è cambiato. Gli esseri viventi nascono, vanno in cerca di cibo, investono gran parte delle loro energie per riprodursi e infine muoiono.
E' stato sempre così, per centinaia di milioni di anni.
L'esistenza della vita sulla Terra ha corso varie volte il rischio di sparire completamente. Cambiamenti climatici di portata planetaria, innalzamento e abbassamento dei mari, spostamento dei continenti hanno condotto la vita sull'orlo dell'estinzione. CINQUE VOLTE.
Il famoso asteroide che uccise i dinosauri fu una semplice spintarella verso un processo ormai in atto già da molto tempo : i dinosauri si sarebbero estinti anche senza la botta del sasso venuto dallo spazio.
Tra un periodo di crisi e l'altro, la vita sulla Terra ha seguito i suoi ritmi immutabili, sempre uguali a se stessi.
Dopo la scomparsa dei dinosauri venne l'ora dei mammiferi, animali a noi più familiari.
La Terra, a quei tempi, doveva essere abbastanza simile a quello che le varie religioni umane descriveranno come il Paradiso terrestre. Mari solcati solo da pesci e balene, cieli limpidi di giorno e illuminati da miriadi di stelle la notte, distese di erba e di foreste per migliaia di chilometri quadrati.
Pensate a quella che oggi è la Pianura Padana : un tempo era un'unica, immensa foresta, che si estendeva dalla Francia alla Slovenia. Oggi di essa rimane quasi solo la pineta di Classe, vicino a Ravenna. Certo non è tutta colpa di noi moderni, anche gli antichi Romani ci hanno messo del loro. Ma la situazione è questa.
Pensate a quella che oggi è la Costa Orientale degli Stati Uniti, con le immense città di New York e Boston : fino all'arrivo di Colombo vi era una sola, grande foresta, che si estendeva dalla Florida su su per tutti gli USA e il Canada fino a lambire il Circolo Polare Artico. Gli Indiani la rispettavano, la veneravano, ci vivevano e da essa traevano il loro sostentamento, e la stessa cosa facevano gli indios del Sudamerica nella giunga amazzonica.
Tra i vari mammiferi che popolavano la Terra emerse un gruppo particolare : i Primati.
Oggi è cosa nota, ma mai abbastanza ripetuta, che gli esseri umani hanno il 98% dei geni in comune con le grandi scimmie, come i gorilla, gli scimpanzé e gli oranghi (degli oranghi una curiosa leggenda dell'Asia sudorientale dice che sanno parlare, ma che non lo fanno per non essere costretti a lavorare).
Ma in cosa siamo diversi ? Proviamo a esaminare le varie caratteristiche che, di volta in volta, sono state indicate come esclusive dell'umanità.
La capacità di camminare eretti ? NO, è un normale adattamento dell'evoluzione. I Primati da cui si evolsero gli antenati dell'uomo vivevano sugli alberi, nelle fitte foreste dell'Africa. Poi i cambiamenti climatici portarono a una riduzione delle foreste e alla nascita delle savane. In quelle distese di erba alta più di un metro era difficile avvistare per tempo i predatori, quindi si rese necessario procedere solo sulle zampe posteriori, per alzare la testa e avere una visuale più ampia.
La tendenza ad avere un'organizzazione sociale ? NO, molti altri animali ce l'hanno. I leoni (unici tra i grandi felini), i lupi, i delfini vivono in società complesse e gerarchizzate. La famiglia è il fondamento di questa organizzazione, in cui ogni individuo ha il suo posto ed è importante per il funzionamento di tutto il gruppo.
Bisogna poi citare il caso delle formiche, delle api e delle térmiti, i cosiddetti "insetti sociali". La loro organizzazione prevede il superamento dell'individuo e l'esistenza di quello che è stato chiamato "super-organismo". Un'idea che funziona, dal momento che le formiche in particolare non solo esistono da milioni di anni, ma hanno una massa complessiva che supera di varie volte quella degli esseri umani. Un'organizzazione parallela, ben più vincente della nostra.
Il pollice opponibile e quindi la versatilità delle zampe anteriori, che non dovendo più sostenere il peso del corpo si sono specializzate in altri usi ? FORSE.
Nella prossima puntata vedremo perché.
Oggi voglio interrogarmi sul nostro posto nel mondo. Non come Italiani, né come Europei, né come Occidentali. Semplicemente come esseri umani.
Negli articoli dedicati alla violenza sulle donne ho parlato brevemente dei primordi della storia umana. Ora facciamo un altro passo indietro.
Provate a immaginare la Terra all'alba dei tempi. I primi organismi viventi, per nutrirsi, hanno adottato due strategie : cercare il cibo nell'ambiente o fare di altri organismi il loro cibo.
Siamo a circa 3,5 miliardi di anni fa. La Terra ha già un miliardo di anni. Da allora nulla è cambiato. Gli esseri viventi nascono, vanno in cerca di cibo, investono gran parte delle loro energie per riprodursi e infine muoiono.
E' stato sempre così, per centinaia di milioni di anni.
L'esistenza della vita sulla Terra ha corso varie volte il rischio di sparire completamente. Cambiamenti climatici di portata planetaria, innalzamento e abbassamento dei mari, spostamento dei continenti hanno condotto la vita sull'orlo dell'estinzione. CINQUE VOLTE.
Il famoso asteroide che uccise i dinosauri fu una semplice spintarella verso un processo ormai in atto già da molto tempo : i dinosauri si sarebbero estinti anche senza la botta del sasso venuto dallo spazio.
Tra un periodo di crisi e l'altro, la vita sulla Terra ha seguito i suoi ritmi immutabili, sempre uguali a se stessi.
Dopo la scomparsa dei dinosauri venne l'ora dei mammiferi, animali a noi più familiari.
La Terra, a quei tempi, doveva essere abbastanza simile a quello che le varie religioni umane descriveranno come il Paradiso terrestre. Mari solcati solo da pesci e balene, cieli limpidi di giorno e illuminati da miriadi di stelle la notte, distese di erba e di foreste per migliaia di chilometri quadrati.
Pensate a quella che oggi è la Pianura Padana : un tempo era un'unica, immensa foresta, che si estendeva dalla Francia alla Slovenia. Oggi di essa rimane quasi solo la pineta di Classe, vicino a Ravenna. Certo non è tutta colpa di noi moderni, anche gli antichi Romani ci hanno messo del loro. Ma la situazione è questa.
Pensate a quella che oggi è la Costa Orientale degli Stati Uniti, con le immense città di New York e Boston : fino all'arrivo di Colombo vi era una sola, grande foresta, che si estendeva dalla Florida su su per tutti gli USA e il Canada fino a lambire il Circolo Polare Artico. Gli Indiani la rispettavano, la veneravano, ci vivevano e da essa traevano il loro sostentamento, e la stessa cosa facevano gli indios del Sudamerica nella giunga amazzonica.
Tra i vari mammiferi che popolavano la Terra emerse un gruppo particolare : i Primati.
Oggi è cosa nota, ma mai abbastanza ripetuta, che gli esseri umani hanno il 98% dei geni in comune con le grandi scimmie, come i gorilla, gli scimpanzé e gli oranghi (degli oranghi una curiosa leggenda dell'Asia sudorientale dice che sanno parlare, ma che non lo fanno per non essere costretti a lavorare).
Ma in cosa siamo diversi ? Proviamo a esaminare le varie caratteristiche che, di volta in volta, sono state indicate come esclusive dell'umanità.
La capacità di camminare eretti ? NO, è un normale adattamento dell'evoluzione. I Primati da cui si evolsero gli antenati dell'uomo vivevano sugli alberi, nelle fitte foreste dell'Africa. Poi i cambiamenti climatici portarono a una riduzione delle foreste e alla nascita delle savane. In quelle distese di erba alta più di un metro era difficile avvistare per tempo i predatori, quindi si rese necessario procedere solo sulle zampe posteriori, per alzare la testa e avere una visuale più ampia.
La tendenza ad avere un'organizzazione sociale ? NO, molti altri animali ce l'hanno. I leoni (unici tra i grandi felini), i lupi, i delfini vivono in società complesse e gerarchizzate. La famiglia è il fondamento di questa organizzazione, in cui ogni individuo ha il suo posto ed è importante per il funzionamento di tutto il gruppo.
Bisogna poi citare il caso delle formiche, delle api e delle térmiti, i cosiddetti "insetti sociali". La loro organizzazione prevede il superamento dell'individuo e l'esistenza di quello che è stato chiamato "super-organismo". Un'idea che funziona, dal momento che le formiche in particolare non solo esistono da milioni di anni, ma hanno una massa complessiva che supera di varie volte quella degli esseri umani. Un'organizzazione parallela, ben più vincente della nostra.
Il pollice opponibile e quindi la versatilità delle zampe anteriori, che non dovendo più sostenere il peso del corpo si sono specializzate in altri usi ? FORSE.
Nella prossima puntata vedremo perché.
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